[LA VOCE]

S'incappucciò la donna, e di soppiatto

sgusciò nel bujo, fra la porta e il muro.

Attraversar correndo il vico oscuro

niun la scôrse, sì rapido fu l'atto.

Ella andava a morire.—Alta la riva

non lunge, a picco, dominava il fiume.

Un balzo, un tonfo, un ribollir di schiume,

un cuore in pace, un corpo alla deriva....

In questo sogno ella fendea la notte,

cieca, demente, sotto vento e pioggia.

Sostò d'un tratto, su una pietra roggia,

tutta in un fascio, colle membra rotte,

e fu in ascolto.—Il grembo avea parlato.

Voce non era.—Dal profondo, un fremito

era; ma il corpo si contrasse, in tremito,

come innanzi al suo Verbo rivelato.

E più non fu la donna che un materno

invòlucro, una forza di natura

china e raccolta sulla creatura

del sangue, per difenderla in eterno;

e volse il dorso alla malia del gorgo,

e ritornò verso la vita dura,

e vi fu madre....—Ecco la storia oscura

d'una povera donna del sobborgo.—

[pg!187]

[IL CIECO]

Un cieco è fermo sotto il mio balcone:

suona su un vecchio cembalo una vecchia

danza. M'entra nel cuor, che vi si specchia,

la grazia triste della sua canzone.

Ma perchè innalza i torbidi occhi fissi

fino a me?... Sono vuoti; e pur s'asconde

non so che fiamma in quelle orbite fonde,

non so che viva, intenta ombra d'abissi.

Mi guarda: vede.—Vede, sulla mia

fronte di marmo, il mio segreto strazio:

quel che m'uccide e di cui pur mi sazio,

quel che mi seguirà nell'agonia.

[pg!191]

[LA MARTIRE]

Per Maria Spiridònova.

Maria Spiridònova, sono

io.—Taci.—Nessuno m'ha scôrta.

Strisciai come un serpe nell'andito,

richiusi in silenzio la porta.

Io reco il dolore

del mondo al tuo nudo abbandono:

oh, non mi vedranno i Cosacchi

in ginocchio presso il tuo cuore.

Io venni nel nome di ognuna

che canti con trepida voce,

segnando sul figlio una croce,

la sua nenia sovra una cuna.

Maria Spiridònova, è oscura

la cella ove giaci; e tu aspetto

umano più quasi non hai,

distesa sul fetido letto.

Lo so, ch'eri bionda

al par della messe matura;

ma t'hanno divelti i capelli

a ciocche, ed a guisa di fionda

lanciato il bel corpo a muraglie

di pietra; e accecato un degli occhi,

e pesti e spezzati i ginocchi,

e sovra la carne tua pura,

suggello d'infamia, lo stigma

impresser di ferrei staffili,

di punte infocate, di sputi

villani, di baci più vili

dei colpi....—e tu appari

serena, o terribile enigma

femineo:—più calma dei morti

di Kàrian, nuotanti fra mari

di sangue: di Deef sfracellato,

dei mille che tu hai vendicato,

o pia dal dolcissimo volto.

.... Maria Spiridònova, pensi

talvolta, nel cuore, alla queta

tua casa, alle chiome tue d'oro

disciolte sul collo?...—Era lieta

l'infanzia. Corolle

azzurre, i tuoi occhi fra immensi

giardini fiorivano. E tu

cucivi, sognando, se molle

venìa Primavera in leggiadre

sue vesti a ingemmar prati e dumi,

e a sciogliere i ghiacci sui fiumi.

Cucivi, vicino a tua madre....

Or piange con urla errabonde

la madre.—Tu no.—Tu atterravi

chi Patria colpiva.—E fu giusto.—

C'è Spartaco in terra di schiavi;

e dove si scaglia

ferocia, ferocia risponde.

O bionda omicida, tu sei

la Russia discesa in battaglia,

coperta di neve, grondante

di sangue, sfregiata dal morso

del knut, con indomito corso

dall'ombra dell'evo balzante.

La Russia tu sei di Sofia

Perowska, di Bèlkin, di Gorki,

che rompe i suoi lacci coi denti,

e va, croce in mano, alle forche:

che sbuca con neri

vessilli da la stamperia

segreta, dall'isba selvaggia,

dall'aule, dai bassi cantieri

sul Volga, dal fumo dei roghi

accesi su la steppa madre

un giorno—e cantavan le squadre

le vittorie de i Zaporoghi.

.... Silenzio.—Ora dormi, con puro

sorriso. Non temi più nulla.

Il letto ove stai, muta e rigida,

somiglia una bara o una culla.

Qualche stilla diaccia

risgorga, insistente, dal muro.

Aràcnidi lente traversano

la vôlta. A un pertugio s'affaccia

lo sbirro dal volto camuso,

e ghigna, battendo il fucile

all'uscio.—Il tuo labbro sottile

all'ansia d'un sogno è dischiuso.

E i muri si sfasciano, senza

romore. La cella si fa

deserto ai confini di Patria:

enorme una folla vi sta.

Ti chiamano, i tuoi

compagni. In esilio, in demenza,

in ceppi, in agguato, col cappio

al collo, ti arridono: A noi!...

.... Qual dunque, o martirio, è la gioja

che doni, perchè l'uomo uccida

per essere ucciso, e sorrida

ai colpi, ed in estasi muoja?...

[pg!199]

[ALLA SBARRA]