[SERVIRE]
Poi che ogni donna è al mondo per servire
con la carne caduca e l'immortale
spirito acceso, docile fra il male
e il ben, soggetta in piangere e in gioire:
poi che ogni donna è ancella a chi le prenda
per vïolenza il palpitante cuore,
io riconosco, o Dèspota Dolore,
su me la tua sovranità tremenda.
Amo il tuo bacio, ch'è morsicatura
perversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.
Tu ti diverti a torturarmi, e i brividi
misuri e godi della mia paura.
Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,
ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelle
son come i fiori sulla terra; e delle
stelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.
Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugna
m'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sangue
baci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,
fra le tue braccia molle come spugna.
Mi sei buono, talvolta, e suggi lieve
le mie lacrime calde dalle ciglia;
ma io sorrido senza maraviglia,
chè troppo so come la sosta è breve.
Terribili silenzi son fra noi,
talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,
ma vegli. Immota, perso in te lo smorto
viso, nel cuore io medito de' tuoi
celati artigli l'azzannar protervo,
repente.—Se tu vuoi, potrò domani
morire. Mi sarà, dalle tue mani,
dolce. T'amo così. Così ti servo.
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[PÀNICO]
Paura della vita, a tradimento
or su me piombi, e il tuo nodo scorsoio
mi getti al collo; ed in me stessa io muoio
senza morire, diaccia di spavento.
Ed i giorni e le notti che verranno
m'appaion come maschere impenetra-
-bili; e con peso di massiccia pietra
l'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.
Da coloro che un dì chiamai fratelli
sì lontana mi sento, che a soccorso
non grido: non udrebbero: ahimè!... corso
troppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.
Ciò che fu non è più—ciò ch'è presente
non vale—sul futuro c'è una porta
chiusa, di bronzo.—Io son fra quella porta
e il mio terrore.—Io son quasi demente.
Pure conviene attender l'alba, attendere
con piè fermo, con fisso occhio, il ritorno
del sole. E il sol guardare, e il chiaro giorno
godere, come un fior—senza comprendere.
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[COMPRENDERE]
No!... Comprenderti voglio, o vita, o vita
che m'attanagli con sì dure branche,
e a prova nelle mie viscere stanche
prima scavi poi baci la ferita.
Io non ho membro che non porti il segno
della tua vïolenza—e il sanguinante
mio cor t'ha in sè confitta, rutilante
scure che strappa alla radice il legno.
Quando comprenderò, forse il tuo gioco
barbaro diverrà per la mia mente
un nulla, un fior che sboccia, una vanente
nube, vermiglia del tramonto al fuoco.
Quando comprenderò, ti sarò grata
forse del vario strazio che m'infliggi,
torturatrice, che unghia e dente figgi
dove la carne più ti par malata.
Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io voglio
saperlo, per gioirne; e del dolore
far delizia pei sensi, urlo d'amore
per l'anima, corona per l'orgoglio.
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