dicembre 1901

Sofia Bisi Albini.

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[FATALITÀ]

Questa notte m'apparve al capezzale

Una bieca figura.

Ne l'occhio un lampo ed al fianco un pugnale,

Mi ghignò sulla faccia.—Ebbi paura.—

Disse: «Son la Sventura.»

«Ch'io t'abbandoni, timida fanciulla,

Non avverrà giammai.

Fra sterpi e fior, sino alla morte e al nulla,

Ti seguirò costante ovunque andrai.»

—Scostati!... singhiozzai.

Ella ferma rimase a me dappresso.

Disse: «Lassù sta scritto.

Squallido fior tu sei, fior di cipresso,

Fior di neve, di tomba e di delitto.

Lassù, lassù sta scritto.»

Sorsi gridando:—Io voglio la speranza

Che ai vent'anni riluce,

Voglio d'amor la trepida esultanza,

Voglio il bacio del genio e della luce!...

T'allontana, o funesta.—

Disse: «A chi soffre e sanguinando crea,

Sola splende la gloria.

Vol sublime il dolor scioglie all'idea,

Per chi strenuo combatte è la vittoria.»

Io le risposi:—Resta.—

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[SENZA NOME]

Io non ho nome.—Io son la rozza figlia

Dell'umida stamberga;

Plebe triste e dannata è mia famiglia,

Ma un'indomita fiamma in me s'alberga.

Seguono i passi miei maligno un nano

E un angelo pregante.

Galoppa il mio pensier per monte e piano,

Come Mazeppa sul caval fumante.

Un enigma son io d'odio e d'amore,

Di forza e di dolcezza;

M'attira de l'abisso il tenebrore,

Mi commovo d'un bimbo alla carezza.

Quando per l'uscio de la mia soffitta

Entra sfortuna, rido;

Rido se combattuta o derelitta,

Senza conforti e senza gioie, rido.

Ma sui vecchi tremanti e affaticati,

Sui senza pane, piango;

Piango su i bimbi gracili e scarnati,

Su mille ignote sofferenze piango.

E quando il pianto dal mio cor trabocca,

Nel canto ardito e strano

Che mi freme nel petto e sulla bocca,

Tutta l'anima getto a brano a brano.

Chi l'ascolta non curo; e se codardo

Livor mi sferza o punge,

Provocando il destin passo e non guardo,

E il venefico stral non mi raggiunge.

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