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[LETTERA]
Lettera bianca con suggello nero
Venuta da lontano,
Le cittadi attraversa e l'Oceàno.
Fatta d'ali così, come il pensiero.
Le bisbigliano i flutti ampii del mare
«Forse a un amor distrutto
È velo e tomba il tuo suggel di lutto?»
.... Ella tace e prosegue il muto errare.
Le ripeton le voci alte dei venti:
«Rechi gioia o sconforto,
Bacio di vivo o tetro odor di morto?...»
Ella risa non ha, non ha lamenti.
E via e via, per monte e per pianura,
Vïaggia notte e giorno,
Fatato augel che non avrà ritorno,
Brano d'alma lanciato a la ventura:
Ma niun le invola il suo mister profondo.
Chi sa?... forse è l'orrore
D'un addio: l'affannoso urlo d'un core,
Il soave pallor d'un riccio biondo:
Goccia di sangue giovane, stillato
Da una ferita aperta:
Pianto o preghiera d'anima diserta
Che soffre e sconta senza aver peccato.
.... E va, e va, e giunge.—Ne la bruma,
Col freddo, su la sera,
Giunge in silenzio a la stanzetta austera
D'una donna che amor tutta consuma.
Brilla il guardo: un rossor la fronte accende:
Batte a schiantarsi il core:
La cerea mano convulsa d'amore
Esitando a la busta, ecco, si stende....
.... No.—Cerea mano piccola e tremante.
E minacciosa l'ora.
Un sol minuto, un sol minuto ancora,
Avida mano piccola e tremante.
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[TERRA]
A Donna Emilia Peruzzi
Dammi una zappa, un erpice o un rastrello
A me non cale che l'estate avvampi.
Sotto il bacio del sol vivido e bello
Vo' lavorar ne' campi.
Così, discinta, con le braccia nude
Le vesti rialzate a la cintura!
La campestre fatica umile e rude
Lo sai?... non m'impaura.
E voglio qui le stanche, le pallenti
Gracili dame da la man di cera.
Fronde di salcio abbandonate ai venti
Steli fioriti a sera.
Gli ammalati di sogno e di nevrosi,
I parassiti inutili e belanti,
Gialli d'ozio, di spleen e di clorosi,
Fantasmi in tuba e guanti.
Giù cravatte e gioielli!... al foco il vano
Busto ove il petto sta qual fior di serra!...
Chiediam la luce e il solco, e l'aer sano:
Alla terra!... alla terra!...
Qual pienezza di vita entro la bruna
Zolla che s'apre de la vanga al morso,
E insetti e semi e caldi amori aduna!...
Come in eterno corso
Van le linfe gioiose, risucchiate
Con eterno desìo da la radice,
Dai tronchi e da le foglie al vento alate,
Qual latte di nutrice!...
È il baccanal del verde e del frumento,
Del buon frumento da le spighe d'oro,
Maturanti in silenzio a cento a cento
Nel Sol di Messidoro:
Lieti fiori di porpora fra il grano
Respiran largo, trionfanti e belli.
Il riso slancia da l'acquoso piano
Gli steli verdi e snelli,
Sorgon bianche ninfee da le paludi,
Variopinte corolle in mezzo ai prati,
Ovunque i soffii ravvivanti e crudi
Son dei fieni falciati;
Un'alma vive in ogni filo d'erba.
Un'alma vive in ogni atomo errante.
Tutto, con franca voluttà superba,
Si bacia al sol fiammante.
Alla terra!... alla terra!... Laceriamo
Il seno e i fianchi de la Madre antica:
Il tesoro dei frutti a lei strappiamo
E de la gonfia spica:
Vogliam nembi di rose e vogliam pane
E dolci vini dal sorriso biondo!...
Libera scorra la dovizia immane
A rotoli pel mondo,
E ovunque arrida: a la soffitta oscura,
Al palagio sorgente in mezzo ai fiori:
Tutti figli siam noi de la Natura,
Tutti lavoratori.
Qui, sotto i cieli, nella luce.—Avanti,
Con macchine e forconi e vanghe e scuri,
Noi sacerdoti de la forza e amanti
Del Sol, noi, belli e puri!...
Già il petto, ecco, s'allarga e rifiorisce:
Già le vene s'inturgidan, bollenti:
Nova fiumana al cerebro fluisce
D'alate idee fulgenti:
Più tristezza non v'ha, non v'ha più noia:
Più miseria non v'ha, non v'ha più guerra:
Tutto è moto, è salute, è speme, è gioia....
Alla terra!... alla terra!...
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[I SACRIFICI]
I
La Maestra
È una maestra.—Ha ne lo sguardo buono
La rassegnata calma pazïente
Di chi sa il vuoto, il pianto ed il perdono.
Con lungo amore, faticosamente,
I figli d'altri a l'avvenir prepara;
Insegna con austere voci e lente.
Ne la sua stanza fredda come bara
Ove mai riscaldò fiamma d'ebbrezza
La sconosciuta povertade amara,
Ove non fulse mai la giovinezza
D'un lieto sogno, morrà un giorno, sola,
Composta il volto a stanca tenerezza;
E su l'algide labbra di vïola
E nel vago stupor de gli occhi spenti
Morrà con essa l'ultima parola
Del suo delirio: «O bimbi, o bimbi.... attenti....»
II
La Madre
Vedova, lavorò senza riposo
Per la bambina sua, per quel suo bene
Unico, da lo sguardo luminoso;
Per essa sopportò tutte le pene,
Per darle il pan si logorò la vita,
Per darle il sangue si vuotò le vene.—
La bimba crebbe, come una fiorita
Di rose a Maggio, come una sovrana,
Da la dolce materna alma blandita;
E così piacque a un uom quella sultana
Beltà, che al suo desìo la volle avvinta,
E sposa e amante la portò lontana!...
.... Batte or la pioggia dal rovaio spinta
Ai vetri de la stanza solitaria
Ove la madre sta, tacita, vinta:
Schiude essa i labbri, quasi in cerca d'aria;
Ma pensa: la Diletta ora è felice....—
E, bianca al par di statua funeraria,
Quella sparita forma benedice.
III
La Fidanzata
Egli le disse: «I monti e l'oceàno
Frapporre io devo fra il tuo bacio e il mio;
Oh, pensami, mentr'io sarò lontano.
Oh, attendimi!... Giammai sonno d'oblìo
Col tempo graverà sul nostro amore:
Serberà la distanza alto il desìo.»
.... Ed ella attese.—Ed i minuti e l'ore
E i mesi e gli anni, i lunghi anni glaciali,
Passaron senza un raggio e senza un fiore
Su quei densi capelli verginali;
E quando cadder dal suo volto smorto
Le primavere e dal suo passo l'ali,
E una ruga ghignò sovra quel morto
Fascino (lenta pioggia il marmo scava)
Ei rïapparve alfin, come risorto.
Ma non confuser l'infocata lava
De' baci; non l'ebbrezze desïate;
Ella il padrone, egli guardò la schiava,
Per ritrovar le forme un giorno amate.
Per ritrovarle....—e poi stettero, fisso
Lo sguardo al suolo, querce fulminate;
E fra di lor si risquarciò l'abisso.
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