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— In cielo non c'è soltanto la luna per attestare, anche adesso, con la figura di Caino la nostra ignoranza, o non c'è soltanto il sole per abbarbagliare il nostro orgoglio, o Marte coi canali perchè possiamo riferire agli altri pianeti la nostra intelligenza e la nostra scienza, o Venere e Giove perchè troviamo lassù un termine di paragone al brillante e allo smeraldo che abbiamo in dito: c'è, a centro di un altro sistema planetario, una certa stella che si chiama Sirio, che in inverno e in primavera risplende mirabilmente e che col suo fulgore dovrebbe esortarci tutti a considerar più in là del nostro naso, della nostra terra e del nostro sistema planetario. Sapete con quale velocità corre la luce? Trecentomila chilometri al minuto secondo! Dico trecentomila chilometri al minuto secondo. Bene: sapete quanto tempo impiega Sirio a mandar a noi il suo fulgore? Sedici anni. Dico sedici anni! E sapete a che distanza corrispondono sedici anni di luce? A centocinquantasei bilioni di chilometri! Quando si consideri ciò, e quando si rifletta un poco che Sirio è vicinissimo in confronto alle nebulose, pare che le faccende dell'orbe terraqueo, [pg!155] non che gli avvenimenti della cronaca cittadina, i dibattiti del Consiglio comunale a Castelronco, gli interessi dei nostri amici o nemici, i casi e i beni e i mali delle nostre rispettabilissime persone, non possano avere una grande importanza nell'universo; non debbano avere nemmeno per noi l'importanza che crediamo noi.

Così Raimondo Graldi risolveva ogni questione, commentava ogni fatto, s'alleviava di ogni noia.

Ma non perciò era egoista e apate. Non era felice. Infermiccio sin da ragazzo, aveva trovata e protratta negli studi la sua illusione; e s'era consolato con la superiorità intellettuale che l'agiatezza gli consentiva di esercitare, in città e in villa a Castelronco, su un contorno di conoscenti e d'amici. E per un pezzo non si era accorto come in quella deferenza che gli dimostravano sottentrasse un sentimento di compassione, e doveva a Adriana — moglie di Alfonso da quattro anni — se aprendo gli occhi nella realtà del suo dominio egli aveva cominciato a disgustarsene. Non però un'intenzione maligna induceva Adriana ad essere sempre ironica con lui. La frivolezza e la mondanità (del mondo, naturalmente, fuori di Castelronco) sembravano accrescerle grazia, e la sua [pg!156] ironia era amabile perchè toccando solo gli studi che rendevan strano Raimondo e lo distoglievano dalla vita comune, significava insomma un riconoscimento della superiorità male riconosciuta dagli altri. E, anche, egli sentiva che il brio della cognata celava un segreto rovello. Forse perchè Adriana ormai disperava di divenir madre? Mah!

— Le donne, chi le capisce? — pensava Raimondo. — Mia cognata si direbbe leggera, eppure.... Si direbbe vana, eppure.... Si direbbe tal quale tutte le signore della società sciocca e falsa, eppure.... Soffre: questo è solo quel che ci capisco io!

Finchè un bel giorno egli, che tra le scienze in cui aveva delibato noverava anche la psicologia, credè penetrare senza più dubbio nel mistero di lei. Certe sue mosse, certe occhiate al marito, certe attitudini sdegnose o certe ostentate espressioni d'affetto quando Alfonso tornava a casa dopo le frequenti assenze, per osservatori inesperti sarebbero state prove di stanchezza, di freddezza, magari di un'antipatia insorgente e indarno repressa.

— Ma a me non me la dà a intendere! — pensò Raimondo. — Ho visto! Adriana è innamorata pazza di Alfonso; ne è appassionata; è gelosa delle occupazioni e dell'ambizione che glielo rubano.

[pg!157] Tanto vero che compiangendo sè stessa compiangeva chi sfuggiva alle affannose gioie dell'amore.

A lui diceva:

— Innamoratevi, Raimondo! Amate, fin che siete in tempo!