Ma appena fu a casa l'insolente si ricordò [pg!182] dell'incontro; gli si rimescolò e agghiacciò il sangue nelle vene. Per consolarsi tolse dalla cassa un sacchetto pieno di monete. Ahimè! a vederle pensò che con l'oro si posson far molte e belle cose, non una: vincere la morte. Ond'ebbe paura di morire; ebbe il dubbio d'andar lui, invece del frate, a sgambettare tra le grinfe del diavolo sovrano di tutti i diavoli; e con un febbrone addosso si mise a letto.
Vi penò, peggio che se fosse stato all'inferno, fino a che non si risolse a mandare per quel tal monaco e fino a che non l'ebbe al capezzale, in confessione.
Inutile dire come questa fu lunga e scrupolosa; basti sapere che all'ultimo il peccatore disse: — Padre reverendo: in salvezza dell'anima mia lascio al vostro convento il frutto di tutti i miei guadagni, leciti e illeciti. A un patto....
— Quale patto? — chiese il frate.
— Che vi incarichiate voi dell'ampolla, là, sullo scrittoio. C'è dentro....
— Che cosa? — dimandò il frate.
— Il più reo spirito che mai abbia infestato Burgfarrubach.
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Si ricordò il buon priore del demonietto che, parecchi anni prima, aveva dato da fare a non pochi esorcisti; e imaginò fosse lui a sprizzar fuoco e a friggere dentro la boccia; ma non ne prese soverchia pena. A studiare e meditar la vita di Sant'Ilario taumaturgo aveva imparato uno scongiuro che nemmeno l'arcidiavolo potrebbe resistervi; nemmeno Lucifero. Da uomo prudente gli bisognò tuttavia consultare i suoi monaci che, confessandoli lui stesso, sapeva tutti savi. Doveva accogliere l'eredità? E l'ampolla? Non era un lascito pericoloso alla buona fama del convento?