Compiuti i diciott'anni, Celso Dondelli non aveva ancora dimostrata miglior vocazione che quella di star allegro e di corbellare il prossimo. Dalla scuola del filosofo aveva però acquistata tanta coltura da superare i coetanei studenti nei regi licei. — Il lievito c'è — diceva il conte —; lasciamolo fermentare.
E scorgeva sempre un'intenzione seria, un motivo ragionevole in ogni scherzo o birichinata che il suo protetto faceva. Questa benignità, ingenua o filosofica che fosse, trovava un cuore non ingrato o sleale. Per il suo protettore il giovine si sarebbe messo nel fuoco; e il conte, che sentiva l'affetto sincero nella confidenza di lui, lo ricambiava in modo così aperto che già tutti dicevano: — Lo adotterà per figlio.
Se non che all'Agabiti era rimasta una parente, press'a poco dell'età di Celso; una pronipote, per via di sorella. Allevata in collegio a Firenze, la signorina, orfana, tornò alla piccola città nativa assai di malavoglia; e temeva che lo zio la prendesse seco, in quella casa antica, con quella serva padrona.
Fu affidata invece alla custodia e alle cure [pg!122] di una signora che, secondo le parole del conte, le farebbe da padre; cioè gliele darebbe tutte vinte senza nuocerle con la tenerezza d'una madre troppo debole: — come sarei io — seguitava per spiegarsi. E alla signorina Amelia non fu consentito di visitare lo zio che di otto in otto giorni. — Termine sufficiente — egli affermava — perchè tu non dimentichi che ti sto vicino, e io non dimentichi che tu saresti contentissima a starmi più vicina.
Contentissima! A ogni visita la ragazza lo soffocava di chiacchiere e di carezze; e lui: — Ti ringrazio; ma come passa il tempo! Otto giorni volano!
Essa rideva.
Ora, dopo tante scene gioiose, non era da prevederne una lagrimosa?
No; il filosofo non la previde, quantunque ritenesse la nipote non diversa dalla maggior parte delle donne.
— Tutti lo dicono, zio, che vuoi più bene a Celso che a me!
A questa uscita egli alzò gli occhi al cielo pensando: