Ecco. La carrozzella era della prima metà del secolo decimonono.
Meno antico, sebbene bianco di pelo, il cavallo; e non brutto: solo, aveva il vizio di camminare con un po' di lingua fuori. Celso lo battezzò Gedeone, nome che piacque moltissimo al conte e ai concittadini. Parecchi di essi ogni volta che l'equipaggio attraversava [pg!125] adagio adagio la via principale per uscire alla campagna, ammiccavano al cocchiere con certe strizzatine d'occhi che significavano: «Te lo godi, eh, l'automobile?»; oppure: «Il tuo cavallo suda nella lingua come i cani».
Le quali corbellature a mezzo disturbavano il mancato chauffeur. Preferiva le risate aperte e intere; e non tardò a provocarle, per ridere meglio lui, in ultimo.
Del resto, non era vero che tafani e mosche infastidivano il buon Gedeone?
— Se gli facessimo fare una coperta da passeggio?
— E tu fagliela fare — consentì il conte.
Figurarsi quando la quasi centenaria carrozza comparve preceduta da un'ampia gualdrappa di mussolina rosea, coi fiocchi, da cui uscivano due orecchie, una mezza lingua, una mezza coda e quattro mezze gambe!
— Gedeone in veste da camera!
— Ridono per noi? — il conte chiese.
— Sì — rispose Celso —; ma non basta.