Non fu della stessa opinione la signorina Amelia, appena reduce da Parigi. Ella tentò persuadere lo zio che certe buffonate non conferivano decoro alla nobiltà di casa Agabiti. Ribattè il conte che, a fil di logica, non è ridicolo chi si burla della ridicola mentalità paesana; al contrario, dà prova di serietà. E la nipote a sua volta osservò che i giovani seri fanno onore a chi li aiuta, con gli studi e con le opere.
— Sì, ma non prima che quelli a cui spetta ne abbiano scoperta l'inclinazione latente. Questo còmpito è mio.
— Eh! ci vuol altro!
«Ci vuol altro?» La frase colpì il filosofo. Disse dolcemente, dopo un po':
— Forse hai ragione anche tu. Ci vorrebbe la donna; la donna che io non trovai: una donna capace di mirare in alto, più in su del cuore.
La signorina Amelia allora tacque. E poi si propose d'innamorare lei Celso Dondelli.
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VI.
A scorgere Celso così mutato, pallido, con gli occhi or vaghi ed or fissi come in contemplazione, il conte dubitò che, per l'assiduo ammonimento di mirare in alto, il giovine fosse colto da un accesso di misticismo e si fosse destata in lui la vocazione di farsi frate. Per fortuna, una mattina mentre prendeva il caffè e latte, se lo vide davanti ancora diverso; in posizione di «attenti!», con l'aspetto dei grandi propositi; con la energica decisione dell'eroe o di chi ha perduto la testa.
— Signor conte — disse calmo —; vado allievo sergente, in cavalleria.