— Voglio Ortensia!
Finalmente Eugenia, stanca, minacciò di chiamare il padre.
Presto!...; il babbo arrivava; su, Mino: eccolo!
Tacque un po' e quindi, forse più per il rimorso che per il timore d'un castigo, si gettò al collo della sorella rompendo in un pianto ch'era invocazione di pietà. E Ortensia impietosita se lo caricò in braccio.
Ah io vidi lo sguardo che Roveni posò su di lei, mentre ella usciva col fratellino in braccio! Era vero! Ah come dileguò allora l'ombra che già avevo notata nel suo sguardo! Come l'amava! Cieco io ero stato, cieco a non accorgermene prima! Io vidi e invidiai come l'amava: d'un amore sano, perfettamente umano, anticipandone a sè stesso le migliori gioie. Aveva guardata in lei la sua donna; la moglie che portava in braccio così un loro figliolo. Quanto affrettava nella sua speranza quel giorno! Quanto gli rincresceva che per la sua stessa felicità avvenire, per prudenza e sagacia, non potesse comunicare quel suo gioioso pensiero a Ortensia! Con che cuore accresceva di due anni, di un anno la giovinezza di Ortensia! Non farneticavo; comprendevo tutto, ora.... Certo a Roveni doleva di abbandonar Moser per cercare la sua fortuna, che poteva mancargli. Che azione avrebbe dunque commessa innamorando di sè e abbandonando la figlia del suo benefattore? Ah, costui che dominava in sè, così, le due più forti passioni umane: l'ambizione e l'amore, costui era un uomo! Io non ero stato cieco ma egli, egli usava di una meravigliosa forza a dissimulare; e chi dissimulava così doveva esser capace di una passione grande! L'ammiravo e l'odiavo. Era il nemico che mi feriva a morte, e l'ammiravo e sentivo, più virile, la bramosia di misurare la mia forza con la sua in un contrasto violento. Ma non dovevo; egli doveva restare il più forte! Pure, potevo dirgli: «Voi credete che io non abbia gli occhi? Gli altri per pettegolezzo, sapendovi nelle grazie di Moser, han conchiuso nella loro fantasia il vostro matrimonio, senza saper nulla in realtà. Io so, io ho visto quanto l'amate! Non dissimulate almeno con me: voi!»
E mi accostai sorridendo, coll'intenzione di domandargli:
— Dunque, è vero?
Ma subito, presso a lui, mi sentii a disagio.
Con tanta tranquillità mi guardava; era così fermo il suo volto, così saldo l'animo in quel volto, che la simulazione mi sembrò onesta in lui e disonesta, vergognosa, in me. Inoltre, di subito, giudicai inopportuna la dimanda che stavo per fare. Venendogli da me, la richiesta acquisterebbe troppa gravità e precipiterebbe l'evento temuto; la risoluzione che egli, per sue buone ragioni, ritardava.
Mi aspettò tranquillo dicendomi, quasi per risalutarmi: