— Oh, è una storia molto breve. Un giorno la Melvi madre mi avvertì che parlando con l'ingegnere aveva scoperto in lui a dirittura un grande amore per Ortensia. Sapendo che la Melvi è facile a esagerare in tutto, non le credetti che poco. Anche qui, del resto, mi rassicurava il contegno di Ortensia: con Roveni si comportava come per il passato; impossibile ch'egli le facesse la corte e che essa non me l'avesse lasciato comprendere. Pure volli chiarir la cosa. L'ingegnere mi aveva già confidato che dubitava di poter restare un pezzo a Valdigorgo, e io tornai sul discorso. Ripetè che trovando un impiego migliore dovrebbe andarsene; e infine confessò d'aver molta simpatia per Ortensia, e che non disperava nell'avvenire. La sua franchezza, la sua lealtà mi piacque. Ma Ortensia è così giovane! con un carattere così strano; e io mi sentivo allora tanto male! Non volevo preoccupazioni e angustie. Ebbene, ottenni da Roveni la promessa che non turberebbe per adesso la pace mia e di Ortensia. Voi siete testimonio che ha mantenuta la parola. Ma ditemi: che ne pensate voi, di lui?
Eugenia mi strappava il cuore! Avessi potuto fuggire! scomparir in quell'istante da questa stupida scena del mondo!
Risposi che pensavo assai bene dell'ingegnere.
— La sua condotta non potrebbe essere più corretta.
Eugenia proseguì:
— Dite pure che egli è prudente anche per non compromettersi. Ma non è giusto? Il suo avvenire non sta solo in lui; è nelle mani di Dio. Dio voglia che un giorno egli renda felice mia figlia!
Se Eugenia avesse detto tutto ciò in altro modo, io avrei creduto volesse abbattere la mia insana rivalità; ma ella aveva parlato adagio, semplicemente, e il solo dubbio di tale intenzione sarebbe stato un'offesa.
— È giusto! — ripetei. (Fuggire! dovevo fuggire!)
Concluse Eugenia:
— Son contenta che mi diate ragione per Roveni e che non mi diate torto per Guido.