Ma (approssimava il tramonto) dal fondo dell'anima io mi sentiva sorgere a poco a poco un'uggia che oscurava il sollazzo cercato con simpatia puerile; e in me avvertivo come uno sforzo a dimenticare la differenza dell'età fra me e coloro, e provavo come il rimpianto di quell'età, e mi chiedevo se a quindici anni io avessi avuto una giornata di così piena giocondità, di così assoluta spensieratezza. I compagni ridevano, motteggiavano, bofonchiavano, si eccitavano a vicenda, maggiori e minori, per esilarare ed esilararsi sempre più; e il giorno era per morire, nel modo dei giorni d'autunno.

Finchè, sazii, si levarono; avventarono nel fuoco quanto fogliame poterono raccogliere d'intorno, e dopo nuovi applausi ed evviva, a rincorse, strillando giù per il viale, tutti m'abbandonarono: un drappello di passeri che aveva spiccato il volo.

Si confusero le voci; echeggiarono forti; tornarono deboli; cessarono interrotte e furon riprese là in fondo, lontano, da un richiamo più alto; morirono.

Intanto il sole cadeva in un'onda di vivo sangue e i raggi che ne sprizzavano, colpendo il monte avverso, vibravano tra i faggi, gli abeti e i castagni della densa costa boschiva, sì che pareva, a fusti d'ametista e di zaffiro, una selva incantata, tutta fulgida d'oro, sfavillante. A nord i monti in cerchia dove non avevano luce o non ricevevan riverbero, annerivano; mancavano i profili e i contorni; scemavano e sfumavano le ultime vette; e dalla parte di mezzodì, sulla plaga che scampa alle due catene protese quasi per un impotente abbraccio, su per la pianura immensa aperta all'orizzonte, il cielo digradava dalle tinta di viola e un'opalina bianchezza, a un cilestre che diventava azzurro, a un azzurro che incupiva sempre più; finchè terra e cielo insieme terminavano nell'oscurità.

E silenzio. Non più voce alcuna; non una squilla. D'improvviso, come non mai, neppure in una notte serena lontano agli uomini e perduto sotto l'infinito; neppure in mezzo al mare ricordando la patria e cercando indarno un limite terrestre, io mi sentii allora, come non mai, solo. Non un grido, non un suono; oblio. E in quell'oblio d'ogni cosa viva per me, d'ogni mio pensiero, smarrendomi nella percezione dell'attimo, veramente io patii il senso di un superstite che scorgeva dall'una parte la cruenta morte del sole e dall'altra l'estrema illusione della vita, mentre da dietro incalzavano le tenebre, la morte precipitava; e avevo dinanzi l'infinito per rifugio, e tutte le mie forze vi tendevano quasi in un disperato ritorno per una disperata salvezza; e invano, chè una forza più valida mi avvinceva lassù: solo.

Cercai anche con incerti occhi il fumo che rimaneva del falò acceso dai ragazzi; e quel povero segno umano vaporava subito, svaniva; non altro a vederlo che quanto rimaneva d'un rogo con cui pochi mortali, già travolti nelle tenebra, avessero creduto placare il Dio o il fato inesorabile.

Non un suono, non un grido; morte. Ma allo smarrimento di me stesso, che volevo fuggire da me stesso e non potevo, mi seguiva a poco a poco una rassegnazione di schiavo, una prostrazione di vile, un impulso a pregare, una tentazione a piangere, un doloroso desiderio dei miei, che mi avevano preceduto nella morte e nell'ombra.

— Che fa quassù?

Mi voltai. Ortensia accorreva.

— È ora di pranzo — esclamò giuliva.