Non so dire con che cuore in quegli ultimi giorni la vedevo tornare a me al mattino, sorridente e viva. Ella sorgeva adagio dalla scala della terrazza, e giungendo su la soglia si fermava un istante: staccata dal fondo arioso e chiaro, nella fresca e chiara veste, m'appariva immagine sorridente, vivace, palpitante. E poi diceva: — Buon giorno....

Nè so dire di quale refrigerio mi era la sua voce. Il dolce suono dell'accento paesano or si prolungava or si rinvigoriva in una particolare dolcezza di timbro; in una soavità calda e tremula nelle vocali forti, che s'acuiva a una intonazione nitida se elevava o affrettava la parola o rideva. — Parla! — le dicevo, quasi per raccogliere quell'armonia nel cuore e non perderla mai più.

Ma alla prima gioia di rivederla e di riudirla, sottentrava dopo pochi minuti il cordoglio, la disperazione. E dovevo fingere, celarmi!...

Poi ebbi una nuova perplessità.

Perchè essa non era più mattiniera come una volta; tardava tanto a discendere?

Un mattino quell'attesa fu anche più lunga.

— Dorme Ortensia? — domandai a Mino, che scendeva le scale.

Mino portò l'indice al naso, perchè tacessi; corse in tinello e tornò con due bei grappoli d'uva: uno bianco e uno rosso.

— Glieli porto.... Come riderà a vederli quando si sveglia! — Si avviò; tornò indietro:

— Ne ho mangiata tanta anch'io! Ne vuoi, Sivori? — Io gli diedi un bacio. — Va, va; portali a tua sorella!