Salì infatti, per discendere poco dopo e dirmi:
— A vederli s'è svegliata!
L'immaginavo nell'atto di spiccare le dolci grane, desiosa, gioconda, senza pensiero di me che l'aspettavo triste, solo, pensando a lei; la scorgevo riabbandonare il capo al cuscino, dipartire dalla fronte i capelli e guardare la striscia di cielo per le imposte socchiuse. Ricadeva, dopo la prima allegrezza, nella pigrizia piacevole che lascia il sonno non del tutto scosso dalla frescura del mattino di settembre, e appena appena abbassando le palpebre raccoglieva ad una ad una, quasi dalla luce esterna, le idee. Erano ricordi? desideri? propositi per l'oggi? speranze lontane? Era amore?
Ah non per me, che aspettavo ansioso, da basso: ella stessa non sapeva per chi, ma non per me, fermo nel proposito di non dirle: «il tuo affetto, sorella, non mi basta più!»
Quando giunse, mi parve che i suoi occhi mi leggessero in cuore; che il mio segreto le fosse già manifesto; ch'ella stessa fosse mutata. E durante il giorno mi parve che le sue assenze per le faccende domestiche si prolungassero troppo. Forse la tratteneva Eugenia, che forse già sapeva di me....
Voglio confessare tutti quei miei affanni, quelle mie debolezze, quelle mie tristezze!
Non solo provavo vergogna dell'infingimento: quel mostrarmi allegro e disinvolto con Eugenia e con Moser; quello sforzo a padroneggiarmi e a non mutar colore se si parlava d'Ortensia ch'ella non ci fosse, o al sopravvenire improvviso di lei; quel cercarla non più franco e senza incertezza come prima, ma con desiderio irrequieto; quell'attenderla a lungo in un luogo senza parere...: non solo! La gelosia divenne in me torva quale la gelosia di un uomo in preda a un amore senile; maligna e gretta quale la gelosia di un marito vecchio per una moglie giovine. Invano a veder Roveni ballare con Ortensia, nelle ultime sere, tentai persuadermi che egli amava senza impeti e senza urti; a sorrisi di poca significazione ed a inavvertibili occhiate, quasi prendendo l'amore per un gioco tranquillo: ogni suo sguardo, ogni sorriso, ogni atto valeva per me un'ardente ed evidente espressione d'amore; nè l'avaro che vide rubarsi un tesoro patì mai tanto quanto io a seguire con l'occhio, nel ballo, Ortensia e Roveni. Se parlavano, mi avvicinavo per udirli; se ridevano, ne chiedevo, dopo, il perchè a Ortensia.
A poco a poco mi si faceva strada nell'animo il sospetto che fossero d'accordo per ingannarmi; solo per il piacere d'ingannarmi; oppure pensavo che Ortensia mentisse meco per pietà, accortasi della mia passione; o anche perchè fosse stata sua madre a pregarla d'avere misericordia di me....
A questo punto! A tal punto cresceva il mio soffrire che in certi momenti mi pensavo in diritto di confessare il mio amore.
Ma non dovevo. Per la sua felicità, non dovevo! per la pace di Claudio e di Eugenia, non dovevo! per la mia dignità e per il mio orgoglio, non dovevo! Soffrire e tacere! Vederla ignara e tacere! Vedermela portar via, e tacere!