Spiavo. Un pomeriggio Roveni venne ad attendere Moser. Io lasciai che egli si accompagnasse, per il viale del giardino, con Ortensia, allontanandomi con un pretesto. Poscia, di nascosto, li prevenni dalla parte opposta e mi nascosi dietro la macchia ch'era intorno agli abeti gemelli. Quando afferrai che parlavano di lawn-tennis ebbi tal gioia da svelarmi con un grido, come fossi là per impaurirli.
Alla gelosia ingiusta, seguiva più tormentoso il rimorso; e per purificarmi del veleno che mi sembrava avere ingoiato, avrei versato il sangue a gocce, da ferite. Che, dolcezza se avessi potuto domandar perdono a Ortensia! Per giustificarmi almeno un poco, entro di me, ebbi desiderio di narrarle i miei antichi amori; di apprenderle il disprezzo, il ribrezzo, la nausea, la cattiveria che me n'era rimasta: accrescerle così orrore della sensualità, della colpa e del tradimento; ma avrei fatto male e mi vinsi.
Eppure si sarebbe potuto credere che qualche cosa di quel che turbinava nella mia testa giungesse alla mente di Ortensia.
Uscì a dire con disgusto:
— Anna, che sguaiata! Non ha avuto il coraggio di chiedermi se l'accompagnerei ancora alla fabbrica?
— E tu?
— Io le ho risposto di no. — Perchè no? — mi ha chiesto. — Perchè no! e basta. — E lei: — Avrai da tener compagnia a Sivori. A te, che gli vuoi bene, non fa le critiche che fa a me.
— Certo che gli voglio bene a Sivori: tanto tanto! — Gliel'ho detto perchè ci ha rabbia. Ma non parliamone più, di colei. Mi fa ribrezzo!
Se non che un istante dopo aggiunse:
— Sa che Anna studia il canto?