— Un'eccezione! La sola. Ma gli altri! Cattivi; tutti cattivi, perfidi, vili! — Aumentava ad ogni frase, ad ogni parola la concitazione violenta. — Si divertono a tormentar mio padre coi rimproveri, con le accuse, coi consigli! Ci compiangono! Oh la compassione di certa gente che male fa! Ipocriti!: godono del nostro male; ne sono felici; e ci compiangono!
— No, Ortensia.... — mormorava Eugenia invano.
— E le promesse? «Vedremo; cercheremo; chi sa?; bisogna sperare!»; eppoi nulla. Non è un'agonia questa? Non sono atroci questi alti e bassi? Ora tutto piano, tutto liscio, tutto accomodato; ora tutto a monte, tutto perduto! L'ostacolo che pareva piccolo diventa enorme; una difficoltà da nulla diventa, un disastro! E tutti dicono, l'uno dell'altro: — Io vorrei aiutarlo quel disgraziato, ma non posso, e chi può non vuole.
— Non è un martirio? C'è da impazzire! Lo dica lei, Sivori, alla mamma ch'è meglio finirla, uscirne una volta, a qualunque costo!
Indovinavo che Ortensia, senza più speranza, cercava il mio aiuto per preparare la madre all'ultimo crollo. Io riflettevo. Ma nello stesso tempo, e pur così turbata, come Ortensia mi pareva bella! I capelli, sfuggenti al grosso pettine e diffusi, eran sollevati sulla fronte e la fronte bianca aveva un lume che non aveva avuto mai; il pallido viso dall'ovale perfetto aveva un lume che non aveva avuto mai! Bella di dolore, bella d'orgoglio!...
La madre taceva, a capo chino. Le chiesi:
— Se andassi io, ora, a tentar qualche cosa con Learchi?
Eugenia annuì; Ortensia, al contrario, scosse il capo come per un tentativo inutile; e la madre mi guardò quasi a dire: — Vedete?
Finchè ella trovò un pretesto perchè la figlia uscisse; e allora mi susurrò:
— Ortensia è forte, ma anche questa forza mi dà una pena! C'è in lei una sfiducia, un vuoto, una disperazione!... Sembra disprezzare anche la sventura; ma come soffre!