— Come sta?
Non risposi. Ogni mia dissimulazione cadde; non potei nasconderle la violenza del mio cuore. E le sue labbra tremavano e il color roseo che le era corso alle guance disparve. Imbarazzata al mio imbarazzo, Ortensia attendeva ansiosamente che io togliessi lei pure di pena. Il pensiero che Eugenia ci guardava, mi sospinse; mormorai:
— Cara Ortensia!
— Questa bambina è forte — Eugenia disse mentre ci riaccostavamo a lei; e la trasse a sè e ne raccolse il capo sul petto a mo' di una volta. Ma quando rialzò il viso, Ortensia mi apparve spaventosamente pallida; la vidi mordersi le labbra prima di parlare, per contenere la commozione; e parlando fissò su di me uno sguardo profondo. Io non mi sentii mai così debole come in quegli istanti, sotto quello sguardo prepotente. Non era un'accusa; era una condanna!
— Glielo dica anche lei, Sivori, alla mamma, che non bisogna affliggersi tanto. Piangere perchè non siamo più ricchi! Non è una sciocchezza? — Anche nel tono della voce c'era un'acerbità, un'asprezza, quasi ostile. E un velo oscurò quel fervido sguardo. Non era in lei la semplice concitazione del parlane; non era più la commozione protratta dal rivedermi: l'agitava un'eccitazione nervosa; si premeva con una mano al cuore.
Risposi ricuperando del tutto me stesso e rivolgendomi a Eugenia:
— Le cose non sono certo al punto che il timore vi fa vedere e che io non vedo. Moser è tal uomo che in ogni caso saprà riparare. Intanto la stima dei buoni sarà cresciuta per lui.
— I buoni? — Ortensia esclamò stupita di udir questo da me. Con sguardo di nuovo ardente, iroso, aggiunse: — Oh dove sono i buoni? — Poi sorrise di un sorriso che io ben conosceva, che avevo sol visto fugacemente sulle sue labbra, e che ora v'insisteva: il mio sorriso d'una volta!
— Un amico buono è qui — disse la madre.
A che la figliola, sforzandosi a non ripetere quel sorriso: