— Io? — Parve cascar dalle nuvole brandendo la pipa — Vede?; vedete chi è che inganna? Ci prendon tutti per imbecilli...., come mio figlio!
— Le senta....; — intervenne allora la Redegonda porgendomi il piattello delle ciliege.
— Lei dunque è disposto — proseguii rivolto al marito — a trattar dell'accordo?
— Io.... Io dico, ripeto, torno a dire per l'ultima volta che non voglio più pasticci, non voglio avvocati e liti, non voglio curatori, non voglio crepare! Vogliono, quegli altri signori, il concordato? Mi diano una garanzia che tutto andrà liscio....; la garanzia che piace a me....; e son qua! Se no, vada il resto, vada tutto!... Ci rimetto tutto.... Che cosa pretendono di più? Che ci rimetta anche il sangue? la pelle? l'anima?
— E la garanzia che lei desidera sarebbe....?
— La garanzia dell'ingegner Roveni.
— Ma che garanzia può essere quella di uno che non possiede niente?
— Garanzia che non nasceranno altri imbrogli. Mi basta! Ma se non ci fosse questo pericolo, degl'imbrogli, Roveni la farebbe la garanzia! E non la fa! non la fa! non la fa!
Me la cantava in musica battendo il tempo con la pipa: — Non la fa!
Il mistero mi pareva chiarito del tutto; sicchè la Redegonda sorrise fino alle orecchie per la luce che mi vide in faccia; scosse, sorridendo, il capo, per assicurarmi che adesso ero su la buona strada; sternutò e si soffiò il naso; accennò coll'indice al piattello delle ciliege, e uscì piano piano, lasciandomi libero il campo alla vittoria. Procedetti: