Quando, giovani, io e Claudio andavamo a caccia in risaia ci accompagnava talvolta il Biondo falegname, divenuto poscia mio fittavolo. Come Claudio faceva ridere quell'omiciattolo, a proposito della mia filosofia! Ma chi avrebbe mai detto allora che un giorno io avrei dovuto ricorrere al Biondo, perchè Claudio scampasse dal Tribunale?
IX.
E nello stesso giorno, partenza per Molinella!
Non era più per me, allora, un destino assurdo che in pochi giorni mi sbalzava da Berlino a Milano, da Milano a Valdigorgo, da Valdigorgo al mio piccolo paese nella pianura emiliana. Mi trasportavano volontà e coscienza: più forti anche del dolore, più forti anche dell'amore!
L'amore?... Quale speranza poteva restarmene, ormai? La mia passione era stata una colpa e doveva avere il suo castigo. Ogni illusione doveva cedere alla realtà, che mi rinchiudeva, mi stringeva come in un cerchio di ferro. Il mio soccorso cancellerebbe nel cuore di Ortensia fin le ultime tracce d'amore, se vi rimanevano; ed io con l'azione che stavo per compiere confermavo irremovibilmente, per sempre, l'antico proposito di essere per Ortensia un fratello: non altro.
Ma è pur vero che il dolore aggiunge lume alla bellezza! Ancora ancora, avidamente, mi richiamavo l'immagine d'Ortensia alla memoria: più alta della persona; con quegli occhi che un tempo avevan solo un riso di gioia e adesso ardevan di sdegno o si velavano d'angoscia; con il viso un tempo pieno e roseo ed ora pallido e magro, ma come illuminato da una luce ideale: con le belle mani, che un tempo ella recava a sollevare dalla fronte l'onda dei capelli copiosi ed ora stringeva in uno spasimo di preghiera; con quelle attitudini decise, quei moti improvvisi, non più indizio come un tempo di un fervore di giovinezza sana e lieta ma reazione al tumulto di un'anima inferma, ma eccitazione di un'energia abusata fino alla violenza. In lei il patema d'animo aveva trovato una predisposizione nella delusione d'amore e nel male che io le avevo fatto col mio pessimismo, col mio tristo esempio, con la negazione d'ogni bene e d'ogni fede.
Le parole d'Eugenia mi si ripercotevano nel cuore e nella mente: «C'è una disperazione in lei...!» Ortensia non vedeva più intorno a sè che il male, a cui resisteva per naturale impulso ma col vuoto dell'anima....
Tali i pensieri che mi accompagnarono più assidui nel viaggio da Milano a Bologna. Però il fine a cui tendevo sopravanzava di tratto in tratto. Riuscirei? Ero sicuro che il Biondo teneva in casa grosse somme; mi ricordavo di quante volte egli aveva manifestato diffidenza delle banche e dei cassieri, e chiedendomi consigli intorno al miglior modo d'investir capitali, aveva espresso avversione a ipoteche o a prestiti d'altro genere.
Ma con il timore di mettere in pericolo i suoi risparmi e perder la tranquillità, c'era in lui, per di più, la preoccupazione di nascondere al prossimo il vero stato delle sue finanze. Confesserebbe il Biondo di posseder in casa quanto andavo a chiedergli? Non gli parrebbe di confessarmi che dall'affittanza aveva ricavato ciò che negava con le lamentanze annuali? E se egli non voleva darmi, o se veramente non aveva disponibile l'intera somma, che mi bisognava fare? Basterebbe per il resto una cambiale con le firme di me e del Biondo? A chi rivolgermi altrimenti?
Dubitavo; eppure anche questi dubbi non mi abbattevano; la speranza mi inanimiva, e m'immaginavo di veder salvo Moser e Roveni sconfitto.