Aggiunse che Roveni s'occupava con passione in studi d'elettricità.
Quindi disse:
— Io penso con dolore al giorno che dovrà abbandonarmi.
Una risposta mi venne al pensiero e alle labbra: — «Hai un mezzo molto semplice per trattenerlo: dagli in moglie una delle tue figliole».
Ma sarebbe stato come dire a uno che possegga un tesoro: — dallo al tale —, o almeno sarebbe stato come proporre un sacrificio intempestivo; perchè nel sereno egoismo del suo amor famigliare, Moser non s'era ancora accorto che le figliole pervenivano all'età da marito. Perciò tacqui.
E feci bene. Rientrando poco dopo nella sala dove ballavano, scorsi d'improvviso che la maggiore delle sorelle Moser e la più adatta al Roveni (il quale era sui ventotto anni), aveva già disposto del suo cuore.
Sì: la timida Marcella...., con Guido Learchi.... Mentre con Roveni ballava Anna Melvi e Ortensia con Pieruccio Fulgosi, Marcella e Guido si dicevano meno parole con le labbra che cogli occhi; vedevano l'uno negli occhi dell'altra la propria felicità. Non ne mostravano meraviglia nè la Melvi madre nè la signora Learchi, che assistevano da presso il pianoforte. Meravigliato rimasi io; poi disgustato per un turbamento strano; poi, preso da una voglia anche più strana di ridere, ridere d'ironia. — Forse per rivivere vivendo con questi ragazzi dovrei fare all'amore anch'io? — mi chiesi; e fissai Guido ridendo.
Egli venne da me rosso in faccia, con l'indice al naso:
— Zzz.... zitto, per carità!
— Oh! credi che anche gli altri non abbiano gli occhi per vedere?