Dio! Dio!... no; un vagito! là! Dinanzi all'uscio, era; in un involto di cenci! Là era il bambino! Lo raccolse, la madre; riebbe la voce: un grido di gioia sovrumana: — El mi ragazzól! — mentre là dentro.... Nessuna altra voce!; muto, anche l'incendio.
D'impeto, senza coscienza del pericolo, avanzai alla porticella: ma fui respinto dal fumo infuocato, come per l'urto a una parete solida. Ritentai (la donna urlava adesso il nome del marito, strappava l'anima). Dovetti ritrarmi, appena in tempo! Con fracasso il tetto precipitò; l'abituro si sfasciò in una rovina fiammeggiante e fumante....
Non so dire in che modo urlava e che diceva quella donna frenetica col bambino in braccio; non posso ricercare quello che io provassi allora assistendo al fumare della rovina; a immaginare il corpo umano che si era contorto nelle fiamme; a comprendere la verità....
Compresi la verità a poco a poco. Un istinto di generosità paterna, l'amor di padre aveva spinto quell'uomo delirante a mettere là in salvo, dalla sua disperazione, la piccola creatura; poi, con mostruosa demenza egli aveva dato fine al male che lo affannava, aveva dato fuoco alla sua intollerabile miseria.
VI.
Al raccapriccio seguì tosto in me una commozione paragonabile a quella che proverebbe un credente nella subitanea rivelazione della divinità. Prevalse in mie alla visione orribile dell'incendio e della donna pazza per dolore e angoscia, l'immagine stupenda della madre che nel raccogliere salvo il suo bambino m'era sembrata impazzire di felicità; e più che la pietà del miserabile, perito orrendamente, poteva in me l'ammirazione per la forza arcana e portentosa che aveva costretto il misero padre ad esentare dalla distruzione la creatura del suo sangue. Mai, per nessun fatto che esaltasse l'amor di padre o di madre, mai io ero rimasto commosso in tal modo: una luce che non era di scienza mi illuminava ora il mistero della vita; e la ragione delle sue leggi imprescindibili e la ragione della morte mi si manifestava d'un tratto nella rivelazione del bene sommo conceduto ai viventi. Quanto affetto aveva condotto quell'uomo spietato verso sè stesso ad aver pietà del suo nato! Quanto affetto aveva sollevato la misera donna a dimenticar fino il padre dei suoi figli, che bruciava là sotto, perchè ella gioisse così, nell'istante che ricuperava il suo figliolo! Quale gaudio sublime è negato dunque a chi si rifiuta alla procreazione? che è mai la morte se non il mezzo a trasmettere questo, il maggior gaudio dell'esistenza?
Invece di dire: «la morte è necessaria a propagare la vita» si dovrebbe dire (io pensavo): la morte è necessaria a propagare la felicità dell'esistenza e la felicità si attinge soltanto nella procreazione.
A consolare gli uomini privati d'ogni fede la filosofia moderna ha detto loro: «La morte non esiste perchè la vita è continuo rinnovamento e continua trasformazione».
Invece io pensavo: «La morte esiste, ma il più gran dolore che la morte può dare è nulla in confronto alla più gran gioia che dà la vita, e la più gran gioia della vita è nell'amore per le creature della nostra vita».
Ed io a quarant'anni, nella virilità piena, ignoravo quest'amore così grande che oltrepassa la capacità della vita individua; così grande da render riguardoso della vita l'uomo che con frenesia feroce la troncava in se stesso!