— E la spiegazione?
Arrossì. Chiese, risoluta:
— Volete soffrire? farmi soffrire? Ebbene, son pronta! Dite dunque, dite! Che cosa volete sapere da me?
— Perchè siete così mutata con me? Perchè mi guardate con diffidenza? Perchè non vedo più nei vostri occhi la luce d'un tempo? Perchè, Ortensia, mi hai detto che non ci comprendiamo più e non comprendi tutto il bene che io ti voglio?
Stringevo la sua mano con tremito convulso. Nella mia attesa doveva trasparire il timore d'una grande speranza che stia per mancare, di una disperazione forse che stia per prorompere: ella ritrasse la destra, la passò su la fronte come a diradare e schiarire una folla d'idee confuse; poi, pallida, ma con voce più ferma della mia:
— Sono mutata: è vero; ma non solo con voi, con tutti! Vi guardo così, come dite, perchè vi temo.
— Che male...? — Volevo dire che male potevo farle ancora.
M'interruppe:
— Vi temo perchè v'illudete e la vostra illusione ci renderà più infelici tutti e due. Sì: non ci comprendiamo più. V'illudete! Credete che io possa tornare quella di una volta.... È impossibile! Riflettiamo, Sivori: che ero io una volta? Sciocca, ero. Dopo che la mamma fu guarita — vi ricordate? — mi pareva che avessero creato il mondo apposta per me, per la mia felicità. Quella mia spensieratezza, quella mia gaiezza vi fece vedere in me una ragazza diversa dalle altre.... Ma v'ingannaste: ero una cervellina come tante altre. Solo, avevo molto cuore. Voi mi attribuiste più intelligenza di quella che avevo e non conosceste il cuore che avevo: da qui tutto il male.
— Ah no! Se non avessi conosciuto il tuo cuore non avrei sofferto tanto; non ti avrei amata così! Tutto il male fu nel mio amore che non seppi nascondere; questa fu la mia colpa! Ma l'ho scontata.... Ortensia, Ortensia! Quanto soffrire! Se io fossi stato più forte, se non ti avessi indotta ad amarmi, la passione non avrebbe fatto cattivo un uomo che forse non era cattivo; non dovrei incolparmi della rovina di tuo padre....