Ebbene: tosto che gli fu scemata la grande commozione, Gaspare, con moto quasi inconscio dell'animo, riuscì a conciliare l'amore al buonsenso.
Riflettè che per una ragazza il perdere un «ottimo partito», non in colpa sua, sì della morte, giova di réclame: e che egli, se non fosse se cauto, poteva restar privo d'Erminia un'altra volta. «D'altra parte — riflettè — si consola più presto una vedova propriamente detta che una fanciulla vedovata prima del tempo ed inesperta»; e però gli bisognerebbe aspettare.
— Quanti mesi?
Gaspare non temeva d'offendere la bontà di Erminia augurandone più breve che fosse possibile il cordoglio.
E verso la metà di settembre Gaspare fu a trovare in ufficio il cavalier Squiti; che, desolatissimo, gli disse:
— Morte fura i migliori e lascia stare i rei.
Rimorso come reo, Gaspare parlò sinceramente, in un'induzione dal caso singolare a un genere di sventura.
— Ha ragione, signor cavaliere. Che cosa terribile dev'essere morire nella pienezza della gioventù! con uno splendido avvenire! amato!...
— Per fortuna — rispose il cavaliere, — Griboldi è morto senza saperlo, d'una meningite acuta!