— Tredòzi! Tu mi offendi! — gridò la signora Silvia rossa in viso, in atto d'alzarsi. Ma Tredòzi non si scompose.
— Non offendo nessuno. Confronto il bene della libertà individuale al vincolo del matrimonio e dico che se debbo augurare a Bicci la minor sventura possibile, gli auguro la fortuna che ho avuta io.
— Grazie! — scappò detto a Gaspare.
Per fortuna la signora Silvia introdusse un altro discorso, e l'ingegnere, il quale perdeva l'argomento preferito, si quietò e riparlò solo tardi, ad annunciare che usciva per i sigari.
L'ora della cavata d'occhi era giunta. «Ci siamo!» riflettè Gaspare.
— Dunque è vero? — chiese, sorridente, la signora.
— Capirete.... Ho ventiquattr'anni.... Oh! Ella non si turbava.
— Ammògliati pure: una moglie non è un'amante; e io non ne sono gelosa.
Per gratitudine, Gaspare quasi quasi l'avrebbe baciata. Ma non c'era da fidarsi ch'essa interpretasse giustamente la ragione di quel bacio.
— Ed è bionda, o bruna?