Ma certi libri dello zio spaventarono, atterrirono Gaspare un mattino ch'egli li consultò, sentendosi alcune fitte alla nuca. Urgeva, secondo quei libri, un rimedio.
«Mi farò trasferire lontano di qui; dove mia moglie non abbia più ragione d'amarmi tanto».
Maledetta però la gelosia! Dice il proverbio chi sta bene non si muova; e chiedere un trasferimento da Bologna valeva come sfidare la pazienza dei superiori. Ah quanto fu brutto quel mese d'incertezza affannosa nell'attesa del trasloco!... Lo manderebbero in Sicilia? in Sardegna? in Calabria? Dove? Dove, buon Dio?
.... Fu trasferito a Milano. Ma eccoli che anche questo bel colpo di fortuna non fu sufficiente alla pace di tutti, alla contentezza assoluta di Gaspare. Perchè, alla notizia, Luigi divenne cupo; scosse il capo mestamente.
— A Milano? A Milano, io? Signorino, le due torri io non le lascio! Eppoi, se con la signora, andiamo poco d'accordo a Bologna, s'imagini a Milano! Insomma, io non ci vengo.
— Luigi, ti prego....
Ogni preghiera fu inutile. Asciugandosi gli occhi, Luigi scoteva il capo, e ripeteva nel suo linguaggio:
— Povero padrone! Che «zuccata!» Oh che «zuccata» abbiamo avuta!
XII.
A chi non piacerebbe Milano? Ebbene, alla signora Bicci non piaceva. Una città, a parer suo, di bassa gente boriosa, idonea solo a mercare e in tutto sprovveduta del senso d'arte: bastava a convincerne l'architettura plebea e goffa, d'un fasto da parvenus. La Galleria? Un ridotto per i cantanti a spasso e le cocottes. Il Duomo?... Oh il Duomo d'Orvieto!