A tanta audacia, a vedere e a udire l'uso che la sciagurata aveva fatto e faceva d'una confidenza ricevuta al tempo della luna di miele, Gaspare non trovò più parola: perdè forza o fiato: cadde a sedere su di una seggiola e si strinse il capo tra le mani. Muoveva a pietà; quantunque Erminia sorridesse sempre. Poi scotendo il capo, tranquillamente, ella si mise a leggere il giornale.

«Siamo seri! Ragioniamo!» in quel mentre Gaspare diceva tra sè, già stupito lui stesso d'essersi lasciato trasportare a tal punto. «Vediamo un poco.... Può darsi che sia da considerare, questo fatto che mi ha esasperato, come uno scherzo, un gioco, un innocente passatempo.... Ma no: è una cosa tremenda; che faceva terrore a un filosofo quale mio zio.... Un'esperienza? È in questo caso un delitto! un delitto enorme; tant'è vero che non è nemmeno contemplato nel codice! Sì, un tradimento mostruoso...: intendersi con l'amante morto quando il marito è vivo! Orribile!... Eppure, Erminia ci ride...; e anche la serva non ci vedeva niente di male.... La scienza positiva ne ride.... Ma insomma!, io ho o non ho il diritto di riposare almeno la notte? di dormire i miei sonni tranquilli?...»

Dopo di che egli s'alzò e parlò con voce tremula e bassa:

— Erminia, a te sembra una cosa da nulla quella che a me sembra una colpa grandissima. Un accordo tra noi due non è dunque più possibile; bisognerà venire alla separazione.

Erminia aveva alzati gli occhi a guardarlo impavida. Gaspare proseguì:

— A ogni modo, prima, interrogherò il cavalier Squiti....

Solo a quest'ultima parola Erminia impallidì, si fece seria; e quindi scoppiò in pianto dirotto, e cominciò a lamentarsi e a scongiurare:

— Hai ragione, Gaspare! Perdonami! Ti giuro che non lo farò più.... Mai più!

Fosse la soggezione e il tedio ch'ella sentiva, anche da lontano, del cavalier Squiti, o la paura di essere ancora condannata al clarinetto, il fatto fu che mai un marito ingannato ebbe la consolazione di veder pentita la colpevole come Gaspare vide Erminia, quella sera.

XIII.