Nel 1675, a Ginevra, fu spedita a Gregorio Leti una lettera da certa Suor Agnese Mansola, la quale godeva rinnovarglisi nella memoria come colei che già molt'anni innanzi aveva servita da cameriera la sorella di lui, a Milano, e da lui stesso, quando la chiamavano ancora Bellottola, aveva ricevute non poche carezze. Ed essa gli raccontava che morta la sua prima e buona padrona era stata traviata da un marchese e poi da un abate romano, il quale l'aveva indotta a recarsi a Roma, ove in breve era divenuta cortigiana famosa acquistandovi il pomposo nomignolo di [pg!93] Regal meretrice. Ma in quell'anno del giubileo il Signore le aveva tócco il cuore sí che aveva fatto dono di dieci mila scudi al monastero in cui s'era rinchiusa. — “Mi son riservati — ella finiva — cento scudi romani, ch'è il salario ricevuto dalla sua signora sorella, e della metà ne farò dir messe per il riposo dell'anima di questa e dell'altra preghiere al Santo Spirito per la sua conversione, oltre alle mie preghiere particolari„.

Il Leti rispose: “.... Di lei non ne avevo inteso parlar minima cosa dalla morte in poi della mia sorella, né mai avrei pensato che Bellottola di Milano fosse fatta la Regal meretrice di Roma, della quale ne avevo inteso far conti tali, che aveano dato la volontà all'autore del Puttanismo di Roma d'infilzarvela dentro con gratiose maniere vantaggiose a tal sua professione.... Le dirò intanto che per una nuova convertita il mentir cosí sfacciatamente mi dà da pensare. Mi scrive d'aver abbandonato il peccato, in luogo di dire ch'è stata dal peccato abbandonata. La mia sorella è morta sono appunto trent'anni: quattro di servizio, son trentaquattro, e ventuno [pg!94] che aveva quando entrò a servirla, son cinquantacinque; et intanto si loda d'aver abbandonato il peccato? Anzi doveva scrivermi che per dispetto al peccato, che l'aveva abbandonata erano quindici anni (giacché in Italia, passati li quarant'anni, si mandan le donne al diavolo), aveva presa la risoluzione di far la penitente.... Non so comprendere questo suo zelo di voler salvar la mia anima per gli obblighi che aveva alla mia sorella..... Perché non conservar meco quest'obbligo.... co'l farmi suo erede?; che senza scrupolo avrei ricevuta l'eredità„. E consigliandola d'impiegare i cento scudi romani, invece che in messe e in preghiere, in elemosine, conchiudeva: “Si ricordi talvolta che non è il giubileo che l'ha convertita, ma la sua età„.[53]

[V.]

Ma per tornare ad Alessandro settimo, egli morí davvero poco dopo l'imaginato conclave di quelle tali donnine, e della sua morte e del suo viaggio all'altro mondo [pg!95] Gregorio Leti seppe e narrò assai cose piacevoli. La qual satira — Il sindacato di Alessandro VII con il suo viaggio nell'altro mondo,[54] — è di quelle la cui essenza, tutta di pasquinate, trova disposizione in una tela semplice ma ingegnosa di fatti. Cosí mentre il morto pontefice è spedito dritto dritto in Purgatorio e là giú tenta invano di procedere come in vita, e solleva gran discorsi di sé, quassú in Roma passa dinanzi ai Conservatori e a Pasquino e Marforio, l'uno fiscale e l'altro scriba nel congresso, la moltitudine di coloro che hanno da significare i torti ricevuti da lui: monsignori e cardinali tristi, de' quali non è stata appagata abbastanza l'avidità e l'ambizione; preti miserabili, vittime dell'ingordigia dei maggiori; fidati impudenti rivelatori delle proprie per rivelare le colpe altrui; gentiluomini stranieri pieni di nausea per la politica e la corruzione di Roma: una fila lunga di persone, a cui non manca espressione; tra cui è anzi piú d'una macchietta a tratti rapidi e vivaci.

I conservatori ascoltano in silenzio il [pg!96] racconto delle piccole colpe o dei delitti nefandi; ma, per contro, discorrono assai Pasquino e Marforio, il primo strapazzando spesso i querelanti, e ammonendoli il secondo; e dando l'uno notizie e argomento di dispute all'altro: giacché lo scriba e il fiscale, quantunque siano i due amici che tutti sanno, non si trovano sempre d'accordo per cagione del loro carattere molto diverso.

Pasquino è sagace e senza paura e irascibile; Marforio, meno pronto di testa, meno sicuro d'animo, difficile ad infiammarsi: l'uno, quando è il caso e può, cerca di salvar capre e cavoli e s'imbroglia; e l'altro si stizzisce. “Tu sei nato per farmi crepare, Marforio, con queste tue procediture — dice Pasquino —, le quali servono a farti stimare un poco meno cattivo di me; ed in fatti tutti parlano di Pasquino: Pasquino qua e Pasquino là: le punture, le ferite, le maldicenze ed ogni sorta di mormoro s'applica a Pasquino; in somma non si parla, quando si tratta di mala vita, che di Pasquino; a tal segno che hanno dato titolo [pg!97] ad ogni sorta di satira, di pasquinate; ma di te non si parla che poco o niente, e sinora non s'è inteso mai dire marforiata. E perché questo? Perché io parlo con libertà; perché quello che ho nella bocca ho nel cuore, e nel cuore non resta che quello che va fuori dalla bocca; perché sono amico degli amici e nemico dei nemici; perché non faccio distinzione di qualità di persona, menando al pari i grandi con i piccoli....; ma tu, al contrario, vai sempre risarcendo quello che rompi e cerchi di rompere quello che mostri di risarcire..... Se io sapessi fingere come fai tu, non averei la testa rotta....„ —

Risponde Marforio ch'egli nacque non ai tempi in cui nacque lui, ma quando i piú “nascevano con due faccie, l'una ricevuta dalla natura nel luogo ordinario e l'altra dietro le spalle: non esser meraviglia se ritiene della natura propria a molti di quelli che è andato praticando.„ [pg!98]

Non meno piacevole e ugualmente intessuta di pasquinate è l'Ambasciata di Romolo ai Romani[55].

Gli annali sacri e profani di Roma, “già compiuti da parecchie autorità per ordine di Romolo„, erano letti ad alta voce in cospetto di tutti i numi, i quali con diversa commozione ascoltavano i grandi fatti e le grandi sventure dell'alma città, e la gloria a cui l'avevano innalzata con meravigliosa alleanza la fortuna e la virtú, e le ruine in cui l'avevano precipitata il papato, i barbari e Carlo quinto, allorché Mercurio si presentò tutt'afflitto alla suprema raunanza e, mancandogli la voce, spiegò la causa del suo dolore con fogli che dié a leggere a Romolo stesso. Contenevano tre poesie di rammarico in morte di Clemente nono; e dalla lettura loro Romolo ricevette tanto cordoglio che si mise a piangere, e cosí, con il capo tra le mani, a pensare i mezzi di salvezza per la sua città, su la quale minacciava di nuovo la tirannia del nipotismo.

Andar egli a riporvi le cose nello stato d'una volta in un tempo in cui “gli ecclesiastici [pg!99] non potevano soffrire altro dominio che il proprio„, era certo impresa troppo arrischiata: meglio spedire un ambasciatore che sotto apparenza di consolare il popolo romano per la morte del buon pontefice, ricercasse s'ei fosse disposto a vivere nel regime del paganesimo; e giacché agli ambasciatori conveniva fasto e nobiltà, gli parve ancor meglio inviarvi Remo suo fratello. E Remo con una lettera “credenziale„ per i Romani e con gli ammonimenti del fratello, e a capo d'una scelta comitiva, si mise subito in viaggio. Aveva di piú, per “non rincontrare in quei viluppi in che sogliono cadere bene spesso quei ministri che vanno a negoziare senza conoscere l'umore delle nazioni„, una memoria intorno “i costumi de' principali popoli d'Europa„. Nella quale tra le altre cose, era detto che: