Ma il piú acerbo avversario d'Arcangela fu Lodovico Sesti (Lucido Ossiteo), che nel 1656 stampò a Siena una Censura dell'Antisatira dedicandola al granduca Mattia di Toscana. Cotesto “accademico Aristocratico„ tra le altre cose diceva alle donne che non conveniva loro il darsi alle lettere perché “la sella disdice al somaro„; che gli uomini “usavan la parrucca per coprire i difetti cagionati dai loro regali„; [pg!146] che esse ostentavano il seno perché “si mostra la mercanzia che si vuol vendere„, e rifacendo il famoso confronto delle carte da gioco aggiungeva che le donne

Sono nate

Sol per esser mescolate,

E si vede al paragone

Chi le mescola piú piú n'è padrone.

Ma dotto nell'arte,

Sia pur delle carte,

Chi primiera con queste unqua non fa?

Chi nella borsa sua flusso non ha.

E terminava la Censura esortando la Tarabotti “che per l'avvenire misurasse le sue forze, prima di cimentarsi con gl'ingegni di prima classe.„

Vano consiglio! La suora era morta da quattro anni. [pg!147]

[SICUT ERAT....]

[pg!149]

Quell'onesto e tranquillo sorriso che di fra i baffetti e il pizzo esce a rischiarare, meglio de' grossi occhi, una faccia lunga e magra quanto la faccia di Carlo quinto, e quell'umile dito che accenna all'alto del ritratto, ove, entro una raggiera di sole, alcuni V, iniziale di veritas, spiegano le parole scritte fuori all'intorno “et in cælo sicut in terra„, insistendo nella mia fantasia vi si trasformano a importuni segni di minaccia.

Pace, o don Secondo Lancellotti, accademico Insensato, Affidato et Humorista! Io, pur di fuggire ai colpi del vostro scherno [pg!150] e della vostra mano ossuta, parlerò di voi e con voi ai protervi che osano trarre la cattività d'oggidí in paragone alla bontà d'altri tempi.

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Anche adesso, come nel 1623, quando l'abate don Secondo scriveva, “son le povere donne per avventura piú de gli uomini soggette al mormorio de gli oggidiani, quasi che oggidí elle sieno piú che fossero mai vanissime, con tanti sbellettamenti o lisci, e tante sorti di vesti e per istravaganza e per valuta esorbitanti, e di rovina a' poveri mariti et alle proprie case„; ma non sanno essi gli oggidiani che san Girolamo, sant'Ambrogio, Cipriano, Grisostomo e Gregorio Nazianzeno attestano con acerbe rampogne che pur del loro tempo “non solo le maritate, ma le vergini mille sbelletti et impiastri si gettavano su 'l viso„, adoperando in ispece il purpurisso, la cerussa e lo stibio. E rimproverando alle signore la cura soverchia dei capelli e la smania di [pg!151] averli biondi, non sanno che un re dei Persiani ed Elio Vero s'attaccarono al mento una barba proprio d'oro e che l'usanza di biondeggiarsi la testa al sole, per testimonianza di Tertulliano, era fin delle donne germane e galle. Della rabbia che deriva alle donne per la vista dei capelli bianchi rimane a confondere i brontoloni un aneddoto di Macrobio intorno a Giulia figlia di Augusto, la quale, còlta dal padre mentre si strappava capelli bianchi dinanzi allo specchio e da lui interrogata se desiderasse piú tosto venir prima canuta o calva, rispose che prima canuta. Onde Augusto l'ammoní dicendo: — Perché allora ti rendi calva cosí giovane? — E ai tempi d'Ovidio le romane si facevano recare di Germania le capigliature!