Allora un sospetto balenò alla mente del signor Prospero. Strinse gli occhi sotto le ciglia folte e lunghe. Dimandò, cupo:

— Vi conoscete?

— Chi non conosce Top? Tutto il paese! Io poi ne sono un ammiratore; e appunto perciò sono venuto a disturbarla, signor Prospero. Me lo vende? a qualunque prezzo...

«Me lo vende?» Ahi ahi! Cotesta dimanda, cotesta proposta, urtando nel sospetto che tornò a insistergli in mente, strappò, a un tratto, fuor di sè lo zio. Parve investir il visitatore, minacciarlo con la gabbia in mano. — Vendere, io, Top?

Vendere Top, la sola creatura affezionata che, perduta Elena, gli resterebbe al mondo, almeno per qualche anno?

— Vendere il mio cane? — ripetè più forte. — Io? Top?

E prima che l'altro potesse articolar parola, tanto era rimasto sorpreso da quella veemenza, seguitò:

— E voi dite di essere, di voler essere cacciatore? No! — gridava e gli agitava, avanti e indietro, sotto il naso, la mano sinistra con l'indice teso —. No! Cacciatore tu, giovinotto, non sarai [pg!24] mai! mai! Non sei, tu, che un signorino, un ricco! — E aveva nella voce il disprezzo di chi accusa una brutta azione. — Già! perchè avete dei soldi, molti soldi, voi signori, voi ricconi, vi credete lecito tutto: ogni indelicatezza, ogni sopruso, ogni usurpazione di affetti, di cose care! Ma ci sono delle cose che non si vendono, che non si comprano! Tientelo a mente, giovinotto mio!

Diego Tarelli aveva lui pure sangue romagnolo nelle vene; nondimeno si contenne. Riflettè che aveva a fare non solo con un mezzo matto o un matto intero, ma con lo zio di Elena. E borbottava delle scuse.

— Non credevo d'offenderla... Mi scusi... Mi perdoni...