E con che cuore ascoltavo le notizie che a intervalli — a lunghi intervalli — ci davano i parenti del prigioniero! Ci mandava a salutare.

Poi ci mandò dei regalucci: d'opera sua. Una volta fu un vasetto in forma d'anfora; un'altra volta un cestello; un'altra volta una scatola col coperchio.

L'opera era abbellita da rilievi, fregi, piccole frutta, fiori a tinta color mattone; e tutto composto [pg!203] di polvere di mattone e di pane ammollito ed essiccato, che stecchi contenevano saldo.

E avvenne che guardando entro la scatola ci leggemmo scritto nel fondo, a tinta più rossa (sangue?): — per Dolfo. — Allora guardammo nel fondo esterno del cestello e dell'anfora, e ci vedemmo le stesse rosse parole: — per Dolfo.

***

Scontati soli cinque anni di pena Zvanòn moriva, a Portolongone.

Io ero sui dodici anni. Non temevo più. E rivelai finalmente perchè Zvanòn fu omicida. Allora si comprese chiaramente come, non giuocatore, egli avesse attirato l'altro, che era scarso a quattrini, a giuocar di molto: per conseguire un pretesto da finir la tresca in un litigio.

E a me dissero:

— Facesti male a tacere. Parlando avresti mitigata la pena di quel disgraziato; non sarebbe forse morto in carcere.

Ma anche adesso non so persuadermi che feci male. Zvanòn al disonore della sua famiglia preferì Portolongone.