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Al processo Zvanòn ripetè quel che aveva detto a mio padre il dì che era venuto per consiglio, e quel che aveva detto al procuratore del Re e a tutti.
In litigio, acciecato dall'ira, aveva colpito, senza intenzione di uccidere. Voleva essere pagato del debito; dei cinquanta franchi vinti al giuoco.
Alla dimanda se fra lui e Tito del Mulinetto fossero stati precedenti rancori o ci fossero altre cause di rancore, rispose: — No.
[pg!202] I testimoni confermarono che erano amici.
Nessun sospetto, in nessuno, della tresca fra Tito e la Gisa. E Zvanòn parve ricevere impassibile la condanna.
Mio padre, riferendo in casa del processo, conchiudeva:
— Si direbbe quasi che ha voluto essere condannato lui, a trent'anni.
E io capii. Zvanòn aveva voluto salvare l'onore della sua famiglia; l'aveva salvato.
Ma aveva salvato anche me — pensavo; e la gratitudine che sentivo per lui era così grande da rendermi gradevole, ora, il segreto più grande di me. Avrei sfidato la morte piuttosto che rivelarlo. Povero Zvanòn! Mi era ben manifesto ora il significato di quelle sue occhiate che mi prendevan l'anima! Che colpa avrei commessa, per lui; che tradimento d'amico; che infamia se avessi detto a qualcuno, pur a mia madre: — Vidi che Tito baciava la Gisa!