Questa paura mi occupò tremenda. Pensavo: se io non mi fossi fermato alla pozza dove c'erano i ranocchini non ancora fatti, e non avessi voluto prenderne uno, e per prenderlo non avessi corso il rischio d'annegare, Zvanòn non mi avrebbe minacciato d'un castigo e io non avrei detto nulla a Zvanòn.
Zvanòn, no, non avrebbe ammazzato Tito! Certissimo. Quelle occhiate... Di chi dunque la prima colpa?
[pg!201] Se io svelassi il mio segreto non metterebbero in prigione anche me: me che avevo la mia mamma sempre malata, e non potevo darle tanto dolore, e non potevo abbandonarla senza che io morissi? No, non dovevo dirglielo il mio segreto, dirle la paura che mi occupava tremenda, senza che lei patisse della mia stessa paura. In prigione il suo figliuolo, compagno di un assassino!
Con tutti dovevo tacere. Con tutti!
Ma quel segreto era troppo più grande di me.
A scuola, chinavo improvvisamente il capo sul banco e piangevo.
— Perchè piangi? — mi domandavano i compagni, il maestro.
Rispondevo:
— Non lo so.
E mi canzonavano perchè piangevo senza sapere il perchè.