Mario piegò ad arco un ramoscello e lo tese per bene con uno spago doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei nodi, nè trattener l'uno col piòlo, che, quando la vittima capiterebbe su la corda, cadrebbe, e l'arco scatterebbe serrando e stringendo le povere gambe fra l'altro nodo e la cocca. Uno spasimo atroce.

— Fa presto! — Aldo sollecitava, ansioso del giuoco. — Dove ce n'è, delle buferle, adesso?

— Nell'acaciaia del Palazzaccio.

[pg!39] E prova e riprova, finalmente la macchina sembrò in ordine.

Mentre avanzavano per il sentiero tra le macchie il piccolo si accorse che il giorno mutava luce.

— Vien tempo da piovere.

— Lascia! In caso che piova andiamo a ricovero nella capanna del vignarolo, lassù. Io non ho paura di niente.

***

Ecco. Sfogliata la cima a un'acacia, posato l'archetto fra una rama e l'altra, non c'era più che da attendere con pazienza, zitti e queti. Passeri ne giungevano, d'intorno, ma parevano avvisarsi a vicenda dell'insidia: buferle, nessuna. E Aldo non poteva star fermo e tacere. Deluso, cominciò a insistere per tornar a casa.

— Non senti che tuona?