Lei dice: — un capogiro. Ma col capogiro i cavalli, nel fiume, mi si eran sempre mostrati diversi. Dubitano un poco e basta eccitarli un poco. E lui. Baio, eccitato con la voce, non si mosse.
Non giovando nè le parole nè lo scuotergli addosso le redini, lo tentai con la frusta. Niente. Nessun dubbio più: era restio! Io sapevo anche allora che il restio è quasi una paralisi che dura dieci minuti, un quarto, fin mezzora. Bisognava pazientare, attendere. Ma la mia donna di qui, dalla bottega, mi vide col biroccino fermo in mezzo all'acqua e cominciò a gridare: — Presto, Cenzo, che non arrivi la fiumana! — E i ragazzi: — La fiumana, babbo! — Mi diedi a frustare, prima senz'ira, poi senza misericordia: sopra, sotto, nelle gambe, nel collo, nella testa; la pelle s'enfiava a cordoni. E niente, come se battessi lei, che non c'era. E gli urli della donna e dei ragazzi diventarono più acuti. — Si sente la romba! Scappa, Cenzo, per amor di Dio! — La fiumana, babbo! la fiumana!
[pg!49] Già, avrei dovuto scendere; abbandonar cavallo e biroccino; perderli, chè la piena qui, sboccando dal letto stretto e fondo, rovescierebbe e si porterebbe via un paio di buoi con il carro. Ma mi ero impuntato anch'io. Se il restio è un male — pensavo —, un male più grande lo scaccerà. E mi misi a picchiare il cavallo col manico della frusta tenendolo a due mani. Botte da accopparlo. E niente; come niente!
Disperati, mia moglie e i miei figliuoli, che mi vedevan me là in mezzo e vedevan la piena che arrivava arrivava, ora chiamavano aiuto. — Aiuto! aiuto! — Aiutarmi chi? Non c'eravam che noi, in questa parte, a quel tempo. Aiutarmi in che modo?
Mentre bastonavo e bastonavo, da matto, voltai l'occhio... Mi si drizzan i capelli in testa anche adesso a ricordarmene; mi si gela il sangue nelle vene. L'acqua torba raggiungeva la chiara, dilagava furibonda; le onde...
Stavo per diventar matto davvero; per saltar giù dal biroccino. Se salto giù, mi annego. Le onde tra pochi momenti erano alle ruote, le dico!
Gridai: — I miei figliuoli! — E... Dio! Dio! Il cavallo si slancia; in due, tre balzi trascina il biroccino fuori dell'acqua, si avventa attraverso la secca e su, di galoppo, per la riva: su! su! siamo nella strada. Ah!... Salvo! Come dentro a un sogno vedo le facce bianche della mia donna e dei miei figliuoli che mi guardavano senza più [pg!50] voce; E qui, davanti alla bottega il cavallo, Baio, mi stramazza. Morto.
A questo punto Cenzo Dimondi non si vergogna a raccogliere due lacrimoni nel fazzoletto. Indi seguita:
— Baio, un cavallo di tanto sentimento, attaccato dal male non sentiva più nè parole, nè frustate, nè bastonate. Ma aveva capito il pericolo: non dico il pericolo di me o di lui: un pericolo spaventoso, quasi di tutti, di tutto il mondo!, e l'aveva capito dalle grida dei miei, dalla romba lontana, dallo squasso vicino, dall'urlo mio. E volle vincere il male che l'inchiodava, a ogni costo. Lo vinse. Ma gli crepò il cuore.
Dopo un'altra pausa Cenzo Dimondi conclude con una dimanda: