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Qualche anno fa venne di moda il negar l'intelligenza al cavallo, o — nella reazione ad ogni ammirazione del passato — per contrasto al Buffon e all'Alfieri, o per consenso al grande — allora — e nuovo Mirbeau, o per incredulità delle esperienze di Elberfeld, ove dicevano che un certo cavallino eseguiva esercizi d'aritmetica coi piedi, i quali oggi nemmeno usan più i poeti agli esercizi della prosodia. E si chiamava stupido il «più nobile compagno dell'uomo» perchè è ombroso e perchè ha lo sguardo velato: come se l'adombrare non potesse indicar il prevalere della facoltà fantastica su la fredda ragione, che è indizio di genialità, e come se non ci fossero stati grandi uomini, scienziati o poeti, non solo con velato sguardo, ma con occhi morti del tutto.

Un fenomeno però della razza equina varrebbe meglio a giustificarne i detrattori: il restio. Quale maggiore stolidezza, se volontaria? Fermarsi a un tratto senza perchè manifesto; resistere a ogni stimolo, a ogni esortazione più carezzevole, a ogni più duro castigo: lì, immoto con la testa china, proprio a mo' degli asini malnati, e talvolta con il di dietro alzato a springar calci in ricambio delle frustate, dei pugni su la testa e dei calci nella pancia che l'uomo, per diritto di ragione e di padronanza, elargisce all'animale, indarno.

[pg!46] Tale pervicacia, a udir il contadino o il birocciaio alle prese con essa, a udirne, tra le bestemmie e gli oh! e gli uh! e i va là! gli epiteti che tempestando e infuriando rivolge all'animale suo (carogna! — vigliacco! o vigliacca! — ignorante! etc), non sarebbe da giudicare appunto che uno stolido capriccio. Ma la scienza, dopo parecchi secoli da che si han cavalli restii, scoperse che il fenomeno non andava e non va chiarito moralmente, e ne accertò la causa fisiologica e patologica.

Si tratta di un disturbo funzionale, nervoso, psicopatico; di un morboso potere inibitorio che improvvisamente impedisce l'atto volitivo del correre. E se è così, nè vi ha dubbio che non sia così, quale passione, mio Dio!, quale martirio! Altro che pungersi alla siepe per l'ostinazione d'andar nel fosso! Pensateci. Pur ammettendo che gli manchi affatto l'intelligenza, non negherete che il cavallo ebbe dalla natura l'esser generoso. Quanto può, dà. Ora, l'accesso del male a che drammatico doloroso intimo conflitto lo condanna! Pensate! pensate!... L'istinto lo porterebbe alla corsa senza freno, al galoppo fin che gli basti il respiro, e il misero non può più muoversi!; la natura l'ha creato sensibile ai richiami della voce, al tocco delle redini, al dolore delle frustate, e deve star lì immoto, inchiodato, a udir il padrone gridar come una bestia terribile, a ricever le percosse, a tremar a nervo a nervo, a bagnarsi di sudor freddo, senza voce, senza maniera di svelar il suo martirio, di [pg!47] chiedere pietà — non posso più correre! non posso più andare! —; veder davanti a sè aperta, libera, la strada in cui gli è pur così grato superar i fratelli o seguirli, e aver addosso, intanto, l'apprensione orrenda di non poter più dar un balzo e avviarsi: mai più! Un cavallo! Non sarebbe — dite — una pena atroce quand'anche gli mancasse affatto l'intelligenza? E gli mancasse davvero! Soffrirebbe meno.

Invece....

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Cenzo Dimondi è ancor vivo e sano, e narra volentieri la storia del suo Baio.

Se capitate alla bottega — tre chilometri oltre Pedriolo, su la destra del Sillaro — ove con Sali tabacchi maiale e altri generi egli vende, fra gli altri generi, vin buono, bevete un bicchiere con lui e fatevi ripetere il racconto: non mi accuserete dopo d'averci introdotto aggiunte sentimentali per renderlo più vero.

— Un cavallo, che i miei ragazzi chiamavan Baio, era la mia delizia — narra Cenzo Dimondi. — Sano, fido e di tanto sentimento che non sopportava nemmeno lo schiocco della frusta. In due mesi da che l'avevo comprato, non mi aveva recato un torto, mai. Quando, un giorno di settembre, venivo da Bologna. Vicino a casa vidi che doveva esser piovuto da poco e che in montagna il cielo s'abbuiava. Tornare indietro, al ponte, e allungare [pg!48] il viaggio per non attraversare il fiume a guado, al solito? No: il fiume non dava segno di cresciuta, nè io potevo immaginarmi che in montagna alta ci fosse stata intemperie. Senza sospetto di quel che stava per succedere calai dunque dalla riva, per la carraia che lei vede là dirimpetto. E il cavallo, tranquillissimo, taglia il primo raggio d'acqua; passa la secca; rimette le gambe nella corrente più larga; tranquillo tranquillo avanza fino a metà e... si ferma.