Il dimani passavano ore di pena a rimeditar i dibattiti, le provocazioni, le accuse, le offese, le difese. Borbottavano: — Stasera non ci vado. Già, se ha un po' di amor proprio, non ci andrà nemmen lui, ai Giardini: gli ho dato del mulo — gli ho dato dell'asino! — Bisognava finirla! Rottura!

Ma un'intima voce rimproverava: «Anche tu però...»; e il rammarico cresceva a disgusto, mutava in pentimento.

Giunta l'ora solita, non resistevano più; sentivano che il loro ultimo legame era indissolubile; cedevano quasi a un destino. E andavano.

Quello che arrivava primo, e aspettava, pareva seder su le brace; guardava fisso alla nota parte o sbirciava di tratto in tratto. Che ritardo! L'amico non veniva. Impermalito davvero? Ammalato? morto? Non avrebbero mai creduto di volersi tanto bene!

Ah eccolo, finalmente! E si sorridevano da lungi. Ceccuti ilare, a qualche passo dal sedile, chiedeva in dialetto adottivo: [pg!74] — Cossa gavemo, de novo?

E Boldrighi, se l'atteso era lui:

— Siam qui, vecchio amico! —; e incolpava il tram, del ritardo.

Come era bello non serbar rancore, andar d'amore e d'accordo!

Se non che... L'asserzione più innocente, fermata e contraddetta d'improvviso, dava l'appiglio al nuovo litigio.

— Alta di statura la Malibran? — No, press'a poco come la Galletti. — Cesare Rossi superava Salvini nell'Otello? — Bestemmia! — Ugo Bassi parlando al popolo si cavava gli occhiali? — Non li portò mai gli occhiali! — Pietramellara conte? — Non era nemmeno nobile!