«Timida? Imbecille! È timidezza l'amoreggiare e ricorrere a sotterfugi? valersi di strattagemmi piuttosto che confidare nel senno dello zio, se non della madre o del padre?».
Ma l'intima voce opponeva: «Che sai tu, vissuto fuori del mondo, delle audacie a cui una ragazza, appunto perchè timida, appunto perchè ha soggezione dei suoi e dello zio, può essere indotta [pg!15] dall'amore? Che sai, tu, di quel senso di pudore verginale per cui un'anima ingenua affronterebbe ogni rischio anzi che svelarsi appunto a chi crede d'aver acquistato il senno dall'esperienza della vita? Che sai, tu, degli ostacoli che Elena veda per la realtà del suo sogno e della fede che abbia solo in sè stessa per superarli? E perchè mai la rimproveri nel tuo pensiero, appiattato dietro una tenda, e non le manifesti apertamente il tuo pensiero, il tuo dispetto, il tuo rammarico? Saresti timido anche tu? innamorato... anche tu, di lei?».
Come se la tenda si sollevasse di colpo e Elena di laggiù e il mondo intero gli leggessero in faccia quest'ultima dimanda, il signor Prospero si tolse dalla finestra, e si accasciò su la poltrona ad ascoltarsi e a consultarsi.
Innamorato, no, non gli pareva di essere (non gli pareva: a quarantatrè anni! di sua nipote!), ma geloso, sì: non poteva negarlo; non poteva ammettere che quella creatura bella, a cui aveva dato tanto del suo cuore e del suo animo, divenisse preda d'un altro, d'un indegno, forse; non poteva immaginarla fidanzata, immaginarsi spettatore dei sommessi colloqui di lei, felice. Un martirio insopportabile!
— Top! Vieni qua, Top! il mio Top! — gridava Elena.
E il povero zio scattò in piedi; tornò ad osservare di soppiatto. Il cane, di ritorno a casa, era [pg!16] venuto a lei; lei lo accarezzava; lo premiava con lo zucchero o i dolci; e intanto rigirava il collare di sotto in su; ne staccava il cartellino, la risposta.
«L'ammazzo!». Ohibò! Ammazzato Top, perduta Elena, che gli resterebbe al mondo? Con la visione rapida e precisa di un morente, il signor Prospero scorse tutto il suo passato, la sua esistenza inutile. Non un amore serio; non una salda amicizia; nessun altro svago, altro diletto che la caccia; nessun altro scopo. Eppure durante diciotto anni gli era sembrato di vivere pienamente, nell'affetto della nipote. Elena! Elena! Quando, piccolina, gli veniva incontro ad abbracciargli le gambe! quando, su le ginocchia, gli tirava i baffi! quando — e lui fingeva di non accorgersene — apriva gli sportelli delle gabbie, e i cardellini e i verdoni, via! Chi gli avrebbe mai detto allora che per lei dovrebbe soffrire? E quando la piccolina si ostinava a non capir le lezioni, e piangeva, e lui s'inquietava e la giudicava poco intelligente, chi gli avrebbe detto: un giorno la conoscerai più furba di te?
«Come avrà fatto a istruir Top? — L'ammazzo!».
Ohibò, signor Prospero! Non bastava levargli, a Top, il collare? Elena comprenderebbe che lo zio sapeva; tremerebbe; gli confesserebbe tutto.
E il signor Prospero deliberò di levar il collare a Top. E, per la speranza di soffrir meno, prese anche una deliberazione più grave.