Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!
Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio [pg!63] convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol minore!»
Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò allegro in Gerico.
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Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre, rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da [pg!64] un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante, gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!
Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona moneta?
Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un ridere osceno.
Il monaco tese le braccia.
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Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano [pg!65] su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo! l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.