Ma Alvise meritava scusa, e le scriveva:
«Che cosa posso far io, infelice, per disacerbare il dolore ch'io sento dell'amarvi senza mercede? E s'io non vi facessi, per qualche vostra donna di casa, intendere i tormenti che per cagion vostra sostegno, in che modo potrei io vivere? Deh, anima mia, non vi sdegnate s'io paleso parte di quell'ardore, il quale non potrei se non con grandissimo pericolo della mia vita tener nascosto. Ma se m'astringete co 'l comandarmi, son contento d'obbedirvi.... Ben vi prego a concedermi tanta comodità ch'io vi possa parlare, o vero a dimostrarmi il modo di darvi alcuna lettera....»
Or dunque come la contessa scongiurava invano messere Alvise ad esser prudente, a non mostrare il suo ritratto ad alcuno, a non discorrere [pg!145] con alcuno di lei, a non mandarle ritratti perché non voleva esser scoperta; come, non crudele quale egli la chiamava, poteva dirgli in coscienza: «Io vi amo, il che mi pare che non sia male, nascendo dall'amore ogni buona operazione», qual fallo mai avrebbe commesso concedendogli di parlarle, dietro la porta di casa, una sola volta?
Cosí, per quel primo onesto colloquio e per le lettere che Alvise le inviava ardentissime, doveva penetrare nell'animo di madonna una gran dolcezza d'amore puro, una gran compassione pe 'l nobile giovane innamorato: e quando lo seppe infermo in villa, gli scrisse tutta amorosa che cercasse di venire a Venezia per rimettersi piú facilmente; e poi, piú tardi, gli si mostrava ammirata «dello splendore che senza pari ritrovava in lui», e per lui pregava il Signore: anche accettava e gli mandava e gli chiedea dei piccoli doni.
Ma Alvise non viveva lieto, né la promessa di lei, che «se è vero che di là come di qua vi sia amore, e si ami, esso mio spirito in Cielo vi [pg!146] godrà», gli arrecava bastevole conforto; e avrebbe voluto tornare a discorrere con lei. Temeva ella nella dimanda ostinata un'insidia, e disperando che l'amore di lor due rimanesse «giusto fedele e onesto» com'era incominciato, minacciò Alvise di rifiutare le sue lettere: «Conosciuta la vostra disonestà, mi sono spogliata di quell'amore ch'io vi portava....»
A che, disperato, egli: «Poi che tanto vi piace che dal mondo mi toglia, son contento di soddisfarvi. E perciò mi risolvo, con la prima occasione, d'andar in luogo tanto lontano che secondo il desiderio vostro finisca i miei giorni.»
E madonna Vittoria, pentita e impaurita, un giorno l'accolse in casa furtivamente: fu quello il giorno della colpa. Da quel dí in avanti le lettere di madonna Vittoria si susseguirono piene di amarezza, di tristezza profonda, che derivava, piú tosto che dai rimorsi, dal rimpianto pei lunghi piaceri cui libera avrebbe potuto gustare; dall'amore stimolato, esasperato dalla bramosia sensuale; dal timore, quasi dal presentimento che tra breve Alvise si sarebbe stancato di lei.
[pg!147] Dopo ciascuno dei gioiosi convegni, che consentiva l'assenza del marito, ella piangeva:
«Come foste partito mi gettai nel letto, e con gli occhi del corpo (benché co 'l pensiero a voi) m'addormentai: indi a poco svegliatami e ritrovatami senza di voi, cominciai a pianger sí forte che s'io non mi fossi nascosta sotto la piega del letto averei senza dubbio svegliato ognuno di casa.... La maninconia m'è sí cresciuta che mi sento uscir fuora l'anima....»
Di lui era compresa cosí intimamente che a ripensarne le parole ne riudiva la voce e dalla voce ne riacquistava la sensazione intera: essa si deliziava a martoriarsi finché si abbatteva in una mortale angoscia.