«Da quell'ultima ora che mi parlaste fino a questa si è cresciuta in me la confusione, ch'io non so piú quello ch'io mi faccia. Le vostre dolcissime parole mi sono rimase cosí vive nella memoria che, se talor chiudo gli occhi, parmi di [pg!148] vedervi e di ragionar con voi; il che è cagione che molte volte stendo le braccia per abbracciarvi, e mi ritrovo ingannata. Onde destatami, vergognata di me stessa, sento tanta passione che mi è forza di desiderar la morte per uscir una volta di pene.... Troppo grave tormento è l'aver desiderio di cosa amata piú che la propria anima, e vedersene privo senza speranza di poter già mai per lunghezza di tempo goderla!....»
Né conosceva ancora le pene della gelosia; ma quando il marito tornò e cominciò a sospettare e già alcuno dei vicini e dei conoscenti mormorava della loro tresca, dovettero contenersi e non vedersi che di rado. Quali altre donne vedeva Alvise? Ove passava il giorno? A che feste si recava?
Messer Alvise pareva tuttavia appassionato; e per andare da madonna, avvertito da segnali di richiamo, sfidava la vigilanza del marito e degli altri, e giurava che tra le braccia di lei, nel tripudio dei sensi e dell'animo, si sentiva davvero felice. Felice era essa pure in quei momenti, anche [pg!149] perché si vendicava del marito il quale, mentre ella era con Pasqualigo, «stava a piacere con altrui»; ma l'invidia e la viltà la privarono pure di consolazioni sí fugaci. Lettere anonime persuasero il conte che la moglie lo tradiva e tentarono persuadere madonna Vittoria che era ingannata dall'amante: il Pasqualigo ebbe minaccie di morte entro il termine di otto giorni se si ritrovasse ancora una sera con Vittoria; e madonna soffriva d'una gelosia divenuta un incomportabile tormento.
Invano egli tentò di assicurarla che solo per nascondere il vero amore simulandone un altro corteggiava altra donna, giacché ella dubitava ogni giorno piú e ripeteva di volere uccidersi; ella che già per amore di lui non s'era curata né «di parenti, né di fratelli, né di padre, né di figliuoli».
— «Ma ditemi — egli le scriveva per frenarla —: vi piacerebbe ch'io trasportato dall'appetito e rotto ogni freno di ragione, venissi con forza a levarvi di casa per torvi di mano di [pg!150] chi potrebbe tor la vita a voi? O pure vi piacerebbe ch'io, spinto dal desiderio della salute e contentezza vostra, uccidessi lui, onde mi convenisse poi d'esser eternamente separato da voi, la qual dite che prima di me morireste?....»
I pericoli infatti aumentavano con l'aumentare dei sospetti nel marito, il quale proibiva alla moglie finanche di stare alla finestra, e fino a un amico dava incarico di osservarla: a un certo Fortunio.
Costui già da tempo aveva saputo che un ritratto di Vittoria era in possesso d'Alvise; piú d'una volta era stato su 'l punto di sorprendere gli amanti; forse egli era stato l'autore delle lettere anonime e forse quegli che aveva trafugato a madonna un pacchetto di lettere: di madonna era lui pure acceso. Oltre Fortunio spiava Vittoria una ribalda, cognata o suocera.
E il marito «tutto il dí gridava seco dicendole: io ti darò tanta mala vita che ti farò anzi ora morire —»
Essa era incinta. Non le era permesso svago [pg!151] alcuno; e, «per essere priva di ogni conversazione, e, si può dire, confinata in casa, le conveniva pensar sempre di quella cosa che piú le era cara»; e cosí la violenza dei desideri diveniva in lei uno spasimo, una frenesia.
«Ieri vi vidi in strada, e mi venne rabbia grandissima di baciarvi, onde mi sentiva morire, e credo certo che se lui non era in casa, io era sforzata, rompendo ogni velo di onestà, di chiamarvi ad alta voce — In somma, questa nostra vita è troppo aspra e mi pare quasi impossibile di poterla vivere lungo tempo....