Di che meravigliandosi e dolendosi quasi di un'umiliazione sua il conte Gabrio Gabrii, che gli era intimo amico, gli disse Don Alfonso: — Oggi capirai che se io metterò il giudizio a posto non sarà tutto merito di Sua Altezza.
E nel pomeriggio, condotto l'amico al giardino della sua casa, da un punto dal quale si scorgeva chi era nel giardino attiguo disse a bassa voce: — Guarda!
Una dama leggendo un libro passeggiava all'ombra; e come fu condotta dal sentiero presso il muricciolo di confine, levò gli occhi e al profondo saluto che le fece don Alfonso risalutò, senza ristare, con garbo signorile. Una dama bellissima. [pg!169] Il Gabrii sorrise, attese ch'ella si fosse allontanata ed esclamò:
— Varrebbe la pena di mettere la testa a posto; ma io credo che tu, questa volta, la perderai del tutto!
[pg!170]
II.
La dama posò il romanzo. Nella sua mente piena di quell'avida lettura le viragini e i cavalieri continuarono a scambiare colpi di spada e prove eroiche e i príncipi a perseguire le donzelle traverso strane e confuse vicende di battaglie, di rapimenti e di naufragi; ma nel suo cuore, dai discorsi piú galanti e dalle pagine piú sentimentali, era penetrata una tentazione sottile, un'eccitazione dolce ad un amore tuttavia sconosciuto.
Fanciulla quasi l'avevano data in moglie a un cavaliere milanese, tanghero e geloso; a pena vedova i congiunti del marito, per carpirle una parte dell'eredità, l'avevano rinchiusa a forza in un convento, e da poi che era fuggita dal convento in casa della vecchia dama che le voleva il bene d'una madre, il Palmenghi figlio della dama, per non essere compromesso e per sottrarla all'ira dei congiunti, la costringeva a una vita peggio che di chiostro. O piú tosto, invaghitosi [pg!171] di lei, il Palmenghi aspettava agio di sposarla?
Da Scilla in Cariddi!; e altro confortatore della sua giovinezza sognava Domitilla (questo il suo nome): ella sognava una grande passione che le consentisse il dominio dell'amante in guisa d'aver poi uno schiavo in suo marito; e il Palmenghi era un geloso carceriere quando ancora non le aveva proposto di sposarla!
Sospirando, Domitilla riprese il libro. Ma il suo pensiero oramai ripugnava dalla lettura e seguiva imagini sue, un'imagine che da alcuni giorni cercava il suo cuore e l'accarezzava per entrarvi; e don Alfonso della Torre, il giovine e bello e perfetto cavaliere di cappa e spada, le sorrideva con un inchino profondo di saluto. Ella non aveva il dubbio di non piacere a don Alfonso della Torre: anzi s'era avveduta che la corteggiava; ma, quando pure le riuscisse innamorarlo, riuscirebbe al piú, a divenirgli moglie? Divenirgli moglie! E la sua fantasia correva, correva. Egli era ricco e superbo; onde una gloria l'avvincerlo e una fortuna il possederlo. Se non che lo dicevano [pg!172] anche intemperante, violento, infido colle donne, e non le conveniva disgustare il Palmenghi per avventarsi a una speranza incerta e a un pericoloso tentativo. Rifletté, poi levandosi risoluta e sicura: — A innamorarlo — pensò — basta la bellezza; lo avvilupperò con l'arte e con l'inganno e avrò lo schiavo!