Già alle prime parole di lei cosí avversa nell'aspetto e nella voce il cavaliere aveva perduta la riflessione del disegno che s'era preparato in mente; e alle ultime lo turbò il dubbio che la dama nascondesse un'arma; onde, umile, le chiese:

— Vittoria, che cosa debbo fare io per voi?

— Nulla, se non potete soffrire e non sapete dominarvi!

[pg!178] Allora egli si lamentò di lei: egli soffriva da troppo tempo, egli soffriva di quell'amore che gli pareva tenebroso ed aspro quasi un delitto o una condanna; e da lei non aveva conforto se non di poche parole vane; non aveva speranza e confidenza alcuna. — Desiderate che io soffra. E avete detto che mi amate!

— Io vi amo — ripeté essa; e ai lamenti contrappose gli aforismi appresi nei romanzi. — Non è amante degno chi non rinunci la propria volontà a quella dell'amata; né v'ha amore buono che non sia combattuto dalla sorte; né è passione nobile e pietosa in chi non sia pronto ad ogni sacrificio, al sacrificio della vita stessa.

Il rimprovero offese don Alfonso. Esclamò: — La mia vita non è vostra? Ogni mio pensiero, da quando vi ho veduta, ogni mio desiderio non è in voi? Non vorrei io liberarvi ad ogni costo della tirannia che v'affligge? Un cerchio di ferro vi stringe e vi soffoca: vorrei spezzarlo, e v'avvolgete nel mistero e mi fuggite; vorrei consolarvi o dividere nel vostro segreto i vostri affanni, e mi fuggite! Che amore è il vostro?

[pg!179] — Un amore onesto, paziente, generoso!

Don Alfonso tacque con uno sforzo palese per contenere il diniego contro il quale la dama era agguerrita: nel dibattito l'ira deformava la bellezza della donna ed egli che aveva creduto d'ottenerla presto in pace, quella sera, pativa come sentisse dileguarsi un sogno di felicità. Perciò egli taceva. Ed ella, quantunque quel silenzio non la sbigottisse molto, per lasciar trapelare un po' di barlume agli occhi dell'amante, proseguí.

— In quest'amore io aveva riposto il conforto d'affanni vecchi e nuovi: ad esso confidavo l'avvenire: per il bene di esso, il mio e il vostro bene, mi credevo costretta a nascondervi ciò che cercate di scoprire, a celarvi ciò che cercate di sapere, quasi dubitaste di qualche mia azione indegna. Voi ignorate le lagrime che mi costa il solo sospetto dell'amore che vi voglio; e non mi vedete quando vi sospiro, non mi udite quando vi chiamo a me, non mi sentite in voi come io sento voi in me. Mi sono ingannata. Voi, voi mi avete ingannata turbando cosí per gioco e per [pg!180] sfogo della vostra giovinezza la poca quiete che la sorte mi lasciava. Ma se non m'avete compresa, non m'avete meritata, don Alfonso! Addio dunque.

E stupita ora ch'egli non fiatasse, andò all'uscio per uscire: l'uscio era chiuso a chiave. Si rivolse, di bianca divenuta livida.