Il cavaliere disse orgoglioso e solenne: — Voi siete in mia balia. Ma don Alfonso della Torre vi difende proponendovi il suo nome, il suo cuore, la sua nobiltà. — E le si accostò tendendole la mano. La dama non sorrise: piú fiera, piú solenne di lui, rifatta bellissima da quell'orgoglio superiore, ella disse: — Per difendermi basta il mio nome, puro come il vostro, e la mia nobiltà, piú antica della vostra, don Alfonso della Torre!

No: ella non aveva nessun'arma; tremava e, tanto il cuore le batteva, ansimava quasi il respiro le mancasse. E vinse lei.

Ai suoi piedi il cavaliere domandava perdono con le piú umili e dolci parole che la passione gli suggeriva e con gli occhi ansiosi cercava nell'aspetto di lei il segno del perdono, come la [pg!181] speranza della sua vita. Essa ascoltava rasserenandosi a poco a poco, e infine su quell'ira domata, quell'orgoglio avvilito, quella fierezza abbattuta, essa sorrise e sollevò lo schiavo a baciarla nella bocca.

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V.

Domitilla non aveva a pena goduto del suo trionfo che si dié colpa d'essere stata troppo debole ed arrendevole; e quantunque non dubitava della parola di don Alfonso, temeva che egli appagato nel desiderio e già pentito si disamorasse, o almeno non giudicasse grande quant'ella voleva la grazia ottenuta quella notte. Essa l'amava; ma per dominarlo le bisognava che l'ardore di lui fosse piú vivo del suo stesso ardore; e per acuirne o riagitarne le brame e inretirlo piú strettamente, le bisognava farle stentare la ripetizione e l'intero possesso della voluttà.

Gli scrisse il giorno dopo: «Guardatevi, ché è in pericolo la vostra vita.»

Don Alfonso, il quale non aveva paura di pericolo conosciuto e certo, a quell'avviso cominciò quasi sgomento a imaginare ogni piú strano affronto ed ogni danno che potesse fargli il nemico nascosto e sconosciuto; e come da un pezzo sospettava fosse il Palmenghi il carceriere della [pg!183] dama, cosí suppose che il Palmenghi, scoperto il trascorso della dama, cercasse vendicarsi: non usciva se non armato e seguíto da piú servi e comandava di vigilare presso la casa del vicino. Di che questi s'avvide presto; né avendo ragioni proprie d'inimicizia con il Della Torre, credette a un accordo fra i parenti di Domitilla, che l'odiavano a morte, e don Alfonso; e si guardava anch'egli. I servi dell'uno e dell'altro si guatavano in cagnesco. La rissa avvenne, e quando già Domitilla, dimentica del suo biglietto, aveva ripreso a scrivere all'amante e a confortarlo.

Un giorno don Alfonso veniva verso la porta del Palmenghi, sulla quale due figure di bravi stavano in attitudine spavalda; e poiché egli fu passato, quelli risero in faccia ai due fidi che gli erano di scorta. Offesa ai servi, offesa al padrone: don Alfonso fe' un cenno e i suoi attaccarono gli altri.

Alle grida il Palmenghi uscí con la spada in pugno, e allora don Alfonso s'avventò su di lui rapido, in un attimo, e lo colpí al cuore; poi in [pg!184] due salti entrò nel suo palazzo e dalla pusterla del giardino corse alla casa di Gabrio, che era poco lungi. E mentre l'amico l'aiutava a cambiar vesti perché cambiasse aria, egli gli raccomandava di ottenergli il perdono della dama, che credeva aver privata del fratello e che presto o tardi, se gli perdonasse, farebbe sua moglie. Gli raccomandava di indurla a scrivergli a Torino, dove sperava recarsi; di provvedere a che giungessero a lei le sue lettere e di adoperarsi, quando fosse tempo, ad ottenergli dal duca la grazia di quell'omicidio che aveva commesso quasi involontariamente. Gabrio promise.