— Ha sposata la dama che si diceva sorella del Palmenghi.
— Vittoria! — gridò don Alfonso, cui parve ricevere d'un coltello nel cuore.
— Vittoria facile per i suoi amanti — disse l'altro sorridendo del motto —; ma essa ha nome Domitilla.
Don Alfonso n'aveva imparato abbastanza, e dissimulando quel che pativa dentro, volle sapere di piú: chiese piú cose, e infine che cagione si fosse data in Parma alla sua rissa co 'l Palmenghi. — Che l'uno di voi era geloso dell'altro, o che Domitilla spinse l'uno a liberarla dell'altro. Ma un terzo ha goduto.
Cadutagli la benda dagli occhi, don Alfonso credé scorgere anche oltre la verità vera. L'amore della dama per lui era dunque stato uno svago, un sollazzo cominciato colla bugia del nome ambiguo che quella, cosí per gioco, aveva assunto, e proseguito per una tragedia fino al tradimento: [pg!189] già prima d'avvolgere lui in quegli inganni ella forse amava Gabrio! Forse questa era stata la pena segreta che un tempo aveva sorpresa in lei! La rivedeva, adesso, come nel giorno che gli aveva detto d'amarlo, lagrimosa, e come nella sera della dedizione, vittoriosa e vinta; la vedeva, lei che gli aveva accesa nelle vene la febbre della voluttà, fremere ora di voluttà tra le braccia di Gabrio, obliosa, sorridente, perfida.
Cercò imagini diverse: Gabrio che cadeva ferito sanguinando e Domitilla che gemeva nella solitudine d'un chiostro; e meditò la vendetta, la preparò con brama feroce, la pregustò con gioia feroce.
Il conte e la contessa Gabrii tornavano una sera dalla loro villa a Parma, quando, a una svolta della strada, un uomo tese il braccio armato di pistola verso il cocchio.
— Gesummaria! — fece a pena il conte, ricevendo il colpo.
Chi aveva tradito l'amicizia s'era meritato di morire; chi aveva tradito l'amore meritava di vivere, sola, nel rimpianto e coi rimorsi. [pg!190]
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