Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande prodezza(856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro aviene di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e sono vantatori(857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la notte si devisano(858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono sicuri non saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che sieno alcuni valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo il male. Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per parere altra gente.

(856) Celui chi vait en perilous leu et vait de jor, cil vait par sa grant proesse C. F. R.(857) boubansors C. F. R., per boubancier.(858) se desguisent C. F. R., che vuol dire sortir de la guise, se transformer. — Devisarsi è traduzione letterale del vb. fr.; ma può piacere, ad esprimere il cangiare di viso, di apparenza, di abito, invece di travisarsi.

Cap. CLXVII.

Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de' boschi? Sidrac risponde:

Prodezza di città non è già chiamata(859), ch'ella non è prodezza, anzi è follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra gente; e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non si vogliono muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per tre cose: la prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle genti che si metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza, quando egli ànno troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto(860) di vino. E lo valente che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la prima, che egli à paura di mal fare; la seconda, ch'egli dotta la signoria, chè tutti i valenti uomini dottano la signoria(861); la terza, dottano l'onta di non perdere lo suo, e però non si vuole egli muovere. Ma se amenduni fossono alla foresta, lo valente della città non avrebe ardimento di farlo; chè là non troverebe egli chi lo tenesse; e lo prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè di perdere lo suo, e tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo prode uomo del bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della città, che spesse volte fanno le stampite(862) tra la gente, non oserebbe dimorare nella piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la prodeza del bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.

(859) ne est mie apelee proesse C. F. R.(860) Traduz. letterale del franc. esmeue, dal vb. esmaier, commosso, turbato, alterato.(861) car tout home la doit douter C. F. R.(862) estampie C. F. R. — bombans T. F. P. — Pare che qui stampita abbia da intendersi per vantazione, millanteria. Trovasi questa parola nel provenzale, ove ebbe anche il significato di disputa, rumore. E nel nostro esempio potrebbe intendersi che chi fa chiasso, rumore, quando è in mezzo a molta gente, fugge poi se si accorge che vi sia pericolo di trovarsi solo di fronte al proprio avversario. — Cf. Gachet, Gloss. du Chev. au Cygne, a Estampiez. Il Gherardini reca un esempio di stampita per chiacchierata; e questo pure potrebbe adattarsi al caso nostro. — Vogliamo anche notare che il mod. spagn. ha: estampida, che significa il rumore del colpo di un fucile o di un cannone.

Cap. CLXVIII.

Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose? Sidrac risponde:

L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te(863). E se tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere che altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo somigliante puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè niuno è che sapia che avenire gli dee.

(863) car si tu li reproches de maladie, cil chi li dona la maladie puet bien doner a toy C. F. R.