—Ah! sì, il manicomio! Se non si sbrigavano a impiccarlo, sarebbe stato linciato!
—Eh! già: ricordo che vi fu perfino uno, il sergente Mason, che gli tirò una revolverata mentre lo conducevano dal carcere al tribunale. E appena fu fissato il giorno dell'esecuzione, quanti cittadini si offrirono di sostituire il boia! Fu spedita a Washington una vera collezione di corde per il collo di Guiteau; le signore americane mandarono una cappa nera, filettata di rosso con le loro mani, per incappucciare il condannato! E il dì dell'impiccagione fu giorno di gioia in tutta l'Unione. Alla mattina, di buon'ora, in diverse città, Guiteau veniva anticipatamente impiccato in effigie da una folla entusiasta. Ve ne ricordate? I birrai distribuivano gratis lager-beer ed ale per celebrare l'esecuzione dell'assassino presidenziale che saliva il patibolo gridando con voce ferma e inspirata: Gloria, gloria, alleluia!
—Ebbene?—fece il giovane italo-americano—e non è meglio sbarazzarsi di simili pazzi più presto che si può? I buoni yankees credono che non valga la pena di mantenerli in un carcere o in un manicomio: sarebbero denari spesi molto male.
—Oh! volete finirla con questi lugubri discorsi?—saltò su a dire in inglese, perchè l'italiano lo parlava con imbarazzo, la signorina Mary, sorella del mio amico, nata essa pure a New-York, una giovane diciottenne molto colta e intelligente, che studiava nel Normal College.—Se parlaste un po' invece del gran ballo in costume che darà domani W. K. Vanderbilt, uno dei più famosi milionari newyorkesi, nella sua residenza di Fifth Avenue, lo splendido palazzo la cui sola costruzione costò cinque milioni di dollari?
—Io ho potuto procurarmi un biglietto—disse il fratello.—Venite anche voi—continuò rivolgendosi a me—coll'invito che avrà ricevuto il vostro giornale: così dopo domani sera avremo cose più allegre da raccontare a mia sorella e ai miei genitori.
—Da parecchi giorni—seguitò la signorina Mary—non si parla d'altro. Si dice che sarà una festa di cui non si è veduta mai l'uguale nella metropoli; che il ballo storico dato a New-York qualche anno fa da Augusto Belmont non reggerà al confronto con questo di Vanderbilt, il quale servirà a dimostrare l'enorme progresso della società nordamericana in fatto di buon gusto e di eleganza. Si citano le grosse somme prodigate in fiori e si assicura che i milleduecentocinquanta invitati vedranno splendori degni del conte di Montecristo e delle Mille e una notte.
La signorina Mary m'aveva messo addosso una grande curiosità e la sera appresso non mancai di recarmi alla gran festa con suo fratello.
Alle dieci e mezzo centinaia e centinaia di carrozze cominciavano ad arrivare davanti alla reggia di Vanderbilt e ne uscivano dame e cavalieri vestiti di ricchissimi costumi di tutte le epoche, dai colori smaglianti, carichi di gioielli, di collane, d'anelli preziosissimi. Man mano che giungevano, le coppie salivano il principesco scalone sovra il quale le statue e i busti di pietra di Caen guardavano in basso con quella stupida tranquillità che Mark Twain attribuiva alle mummie egiziane; imboccavano i vasti corridoi illuminati da migliaia di candele di cera ed entravano negli sfarzosi saloni.
Per la maggior parte degli invitati l'ingresso nel palazzo Vanderbilt tutto decorato internamente in istile gotico medioevale e rénaissance costituiva un vero avvenimento: a New-York sono ben rari gli interni artisticamente lavorati. Era la prima volta che uno sfoggio reale di ricchezza architettonica veniva gettato in faccia all'high-life della città.
Un artista avrebbe condannato la soverchia ornamentazione delle sale e notato che se tutte indistintamente le pareti non fossero state dipinte a quadri, l'insieme ci avrebbe guadagnato. Ma gli intervenuti non erano tipi da preoccuparsi di ciò: per essi anzi la confusione degli stili e l'eccesso degli ornamenti davano maggior pregio al palazzo; si accorgevano di questo solo, che la ricchezza era buttata là a piene mani e ne rimanevano sbalorditi.