Intanto ai preti, che lo invitavano a pensare a Dio, Cornetta rispondeva:
—Non sono cattolico, io: sono democratico.
Alla vigilia dell'esecuzione io tornavo a White Plains insieme coi reporters dell'Herald, del Sun, del Times e del World. Nel cortile della County Jail, fra il carcere e la Court House, vicino a un ponticello che unisce i due edifizi e che si chiama dei sospiri, sorgeva la forca senza palco: le solite tre travi, due verticali e una di traverso; una forca alta sedici piedi e larga dodici, con un contrappeso di ferro pesante 275 libbre. Varie persone entravano ed uscivano liberamente dal cortile ed esaminavano con curiosità il patibolo.
Lo sceriffo ci permise di vedere il Cornetta, ma non volle che alcuno gli parlasse. Appena lo salutammo, il condannato, pallido, cogli occhi stravolti, si affacciò alle sbarre della porta e ci guardò fissi: non mi riconobbe.
—Come va, Angelo?—gli dissi in italiano.
Egli salutò col capo, fu agitato da un tremito nervoso e strinse convulsivamente i ferri della porta. Davanti alla cella stavano seduti due uomini, le guardie della morte.
Il padre Giulio, un prete cattolico, ci raccontava che quel giorno aveva parlato due ore con Cornetta, ma non era riuscito a convincerlo che all'indomani doveva morire. Il condannato s'era fitto in mente che invece del 10 quel giorno era l'11 maggio e affermava che doveva essere messo in libertà.
E quando il prete lo esortava a pensare all'anima, rispondeva:—Mi confesserei, padre, se dovessi essere giustiziato, ma io invece devo essere posto in libertà.
—Insomma—ci diceva il padre Giulio—non ha la coscienza dell'orribile posizione in cui si trova e temo che domani mattina la scena dell'impiccagione debba riuscire raccapricciante.
—Ella è persuaso, padre, che il disgraziato sia veramente impazzito?