CRISAULO. Aimè! Vita infelice, quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni ti scorga Amor, che giá condotta a tale t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta in tuo conforto che la morte istessa o di lei la speranza?

PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso. Addio; fa' pur da te. Questi incomincia, pur come suole, a noverar le stelle e gli animali e le donne e le piante; i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere dimanderá crudeli; e la fortuna e la sua sorte iniqua e ingiuriosa; troverá tutti i santi, al fine, in fraude; e vorrá far vendetta. Io voglio andare a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna, fin che giunga la sera, anch'io a gridare con le mezzette.

CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce, quando mai resterai di tôrti in gioco questa mia miser'alma? e quando avranno mai fin tante passioni? e le cocenti fiamme fian spente? e quando fia mai vinta da pietá cosí dura altera mente? o di me sazia quella cruda voglia? Certo, non mai; ché la mia sorte è tale ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve, forse questa mia man ti fará lieta di tanto desiderio e fia disciolta l'alma d'esta prigion.

FILENO. Fornisce, un tratto. Che cosa è questa, tanto lamentarsi e rinnegar la fé? che tanti stinchi? tante prigion? Chi ti sentisse, certo, giudicherebbe ch'aspettassi or ora acerba morte. Hai pur questo tuo pecco, come le donne, di voler morire d'ogni picciola cosa e avere in cima, come lo sputo, il pianto. Se non fosse ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce, in fine al cuore avrei or con fatica ritenuto le risa. È pur vergogna tanta viltá.

CRISAULO. Dico che n'ho per sette de' buon consigli. Ma questo non basta: ché bisogna pazienza; di che i santi mancan talora.

FILENO. Eh! va': l'hai per costume questo voler morire. E poi per chi? Una fraschetta, che, chi la strizzasse tutta, non n'usciria tanto di buono che te n'ungessi un'unghia.

SCENA IV

Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di
sposar Lúcia di corto.

CALONIDE madre, FILOCRATE giovane,
LÚCIA figliuola, GIRIFALCO.

CALONIDE. Chi è giú?