FILOCRATE. Quando fia mai l'ora per me tanto felice che, legati d'eterno nodo, di tante fatiche e tanti stenti al fin mi sia concesso cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo, sí come mi cognosco al tutto indegno d'un tal tesor, che non mi sia negato da la mia sorte.
CALONIDE. Lascia andar da canto queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo che si dia fine. E poi vo' che tu pigli, figliuolo, per potervi mantenere sempre nel grado vostro con onore, qualche onesto esercizio; ed io giá mai non ti son per mancar.
FILOCRATE. Lo voglio fare. E son restato in fine a questo giorno perché, mercé di lei, cosí inquieto era di mente che ad altro pensare non mi poteva dar che a dimostrarle quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio tanto esser de le suoi rare bellezze superba e altera che non par si degni accettarmi per suo.
CALONIDE. Taci, figliuolo. Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti ti parrebbe col ver; ché tutta notte m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno non ci sei stato. In fine, ancora in sogno ti chiama e piange e meco si lamenta con dir che tu non l'ami; e ben talora c'è che fare appagarla.
LÚCIA. Oh che bugie!
Non è giá vero.
CALONIDE. Cosí fosse manco in tuo servigio come è da vantaggio di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi non staria bene a lei essere ardita e parlar come me. Ma sia pur certo che d'affezion ti avanza.
FILOCRATE. Lúcia, è vero?
LÚCIA. Che cosa?
FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre.
LÚCIA. Ha detto cose assai.