FILOCRATE. Non ti ricordi?
Che tu ami tanto me quant'amo io te.
Ma non lo credo.
LÚCIA. Tu non sei cristiano,
se tu credi sí poco. E perché questo
non creder, sí?
FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti,
se cosí fosse. Or che rispondi a questo?
Non ti fare insegnar.
LÚCIA. Faccia mia scusa
la fanciullezza mia, ché inver non so
darti risposta.
CALONIDE. E che vuoi che risponda? che non ha mai parlato con alcuno quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate. Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio passar di qua.
FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza: ché, secondo che ho inteso, è innamorato costí di Lúcia e la torria per moglie. Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale! Felice quella donna che l'avrá! ché è tutto robba.
CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò!
Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato
e gottoso vuol tôr donna ancor egli?
Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia?
Guarda che bella cera!
LÚCIA. Par lo sposo
de la madre de' vecchi.
CALONIDE. Io dico il padre
de' guattari che sono innamorati.
Non si può bussicar, tanto è pasciuto!
M'ha cosí cera che debbe esser nato
a la luna mancante.
FILOCRATE. Eh! Il poverino non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga. Gli è caduto il cimurro: avria bisogno de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca! Bella cosa ch'è un pazzo!